Lavoro, redditometro, spesometro: battaglia Di Maio-Salvini sul decreto dignità

Non facile trovare la quadra fra M5S e Lega sulle misure da inserire nel decreto

Ci sono delle difficoltà nell’armonizzare le esigenze delle due forze politiche di governo nella stesura del “decreto dignità”. Lo stop al decreto- fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori, e pochissimo gradito alla Lega – è stato deciso dal ministro dell’Economia Giovanni Tria con l’appoggio del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che nel Cdm ha invitato più volte al rispetto delle coperture finanziarie.

Gli uffici della Ragioneria – si legge su La Repubblica – avrebbero avuto parecchi dubbi sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment , un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Un problema dunque politico, considerato che il decreto è stato rinviato con l’eccezione della parte sul rinvio a gennaio della fatturazione elettronica da parte dei benzinai, che riguarda sia il merito delle misure sia il loro impatto politico.

Il nodo sarebbe l’intenzione da parte di Di Maio, in qualità di ministro del Lavoro, di ridurre il grado di flessibilità e di precarietà del mercato del lavoro. Che evidentemente piace meno alla lega ed al suo bacino elettorale. E del resto anche Confindustria, Confesercenti e Confcommercio hanno protestato contro questa misura. Una protesta, pare, che avrebbe trovato ascolto sia al ministero dell’ Economia che al quartiere generale della Lega.

Il tema del lavoro
Al tema lavoro, infatti, la bozza del decreto dignità dedica parecchio spazio. Per scoraggiare i contratti a termine, sarebbero previste diverse novità rispetto alle attuali regole. Per prima cosa il ritorno del causalone, per cui l’impresa deve motivare la scelta del contratto a tempo determinato in luogo di quello indeterminato. Se confermato, sarà possibile stipulare un primo contratto a termine fino a un anno senza causale, in seguito al quale scatterebbe l’obbligo (a partire dal primo rinnovo, quindi). Si ridurrebbe il numero delle possibili proroghe, da cinque a quattro.

Dovrebbe poi essere abolito lo staff leasing, aumentare il costo della somministrazione a tempo determinato (+ 0,5 punti per ogni rinnovo, a partire dal secondo) ed eliminare quello a tempo indeterminato. Infine, questi contratti di lavoro sarebbero conteggiati per stabilire il limite del 20% di stipule a termine previsto per singola impresa.

Per scoraggiare la produzione fuori Italia, entrerebbero in gioco nuove norme anti-delocalizzazione, vietando incentivi pubblici alle imprese che delocalizzano, anche all’interno della UE: le imprese che utilizzano agevolazioni dovrebbero rispettare una clausola decennale in questo senso.

Per chi non si adegua, scatterebbe la restituzione del contributo incassato, rivalutato con gli interessi maggiorati fino a 5 punti, oltre ad una sanzione. Ma si prevede anche un’altra norma per le imprese, che revoca le agevolazioni alle imprese che riducono l’occupazione nei successivi dieci anni.

Cosa non c’è
Per i lavoratori della gig economy, invece, il Governo ha aperto un tavolo di trattative a parte, senza che vengano inserite misure in un testo di legge (come, ad esempio, il salario minimo orario). Marcia indietro anche sullo split payment IVA (rinunciarci sarebbe un colpo troppo duro per le casse dello Stato). Fuori dal decreto anche redditometro e spesometro (materia di un successivo provvedimento).

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