Il Governo sta ultimando le misure che verranno introdotte nel decreto Primo Maggio e che riguarderanno soprattutto il lavoro. La questione al centro della nuova legge dovrebbe essere il livello di retribuzione dei lavoratori italiani, i cui stipendi sono fermi dagli anni ’90. Le opposizioni insistono per un salario minimo legale, ma l’Esecutivo preferirebbe il “salario giusto“.
Si tratta di una norma che riprende un concetto del Jobs Act di Renzi, la legge sul lavoro del 2015. Non è un salario minimo, ma un rafforzamento a livello legale dei contratti collettivi nazionali, quindi quelli decisi da sindacati e associazioni delle imprese, che sono più rappresentativi dei lavoratori italiani. Cosa significhi “più rappresentativi”, però, non è ancora stato deciso.
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Cos’è il “salario giusto” del decreto Primo Maggio
Il salario giusto, che il Governo vuole inserire nel decreto Primo Maggio, non è un salario minimo legale. L’Esecutivo quindi non stabilirà una soglia minima di paga oraria sotto la quale non sarà possibile pagare i lavoratori dipendenti, come chiedono le opposizioni, che nei mesi scorsi hanno avanzato una proposta di legge per fissare la soglia a 9 euro all’ora.
L’idea, invece, è quella di rafforzare la contrattazione collettiva, quella portata avanti dai sindacati con le associazioni dei datori di lavoro. Per farlo, il Governo vuole richiamare un concetto espresso nell’articolo 51 del decreto legislativo 81 del 2015, il Jobs Act del governo Renzi, quello di “contratti collettivi leader“.
Verranno selezionati alcuni contratti collettivi nazionali ritenuti “i più rappresentativi” dei lavoratori e delle imprese e li si eleverà a riferimento nazionale. In questo modo sarà più semplice individuare i cosiddetti contratti “pirata”, che non tutelano adeguatamente i lavoratori.
Come il salario giusto dovrebbe aiutare le retribuzioni
Il salario giusto sarebbe un modo per rafforzare la contrattazione collettiva. I contratti collettivi nazionali più rappresentativi potrebbero quindi essere utilizzati nei tribunali e dagli ispettori del lavoro per contestare quelli che, invece, forniscono retribuzioni troppo basse e tutele non adeguate ai lavoratori.
Questo renderebbe più semplice:
- escludere determinate aziende dagli appalti pubblici se non rispettano un livello di retribuzione e di tutela simile a quello dei contratti di riferimento;
- escludere da bonus e da sgravi fiscali le aziende che non firmano un contratto adeguato.
Al momento il principale problema di questa norma è che non è ancora stato deciso cosa significhi che un contratto è “rappresentativo”. Il Governo ha detto di volerne parlare con “le parti sociali”, quindi con sindacati e associazioni delle imprese, ma questo dialogo deve essere ancora avviato.
Cosa succede a chi rimane fuori dai contratti nazionali
Un altro difetto di questa norma è che riguarda esclusivamente la contrattazione nazionale. Tutti i lavoratori che non sono inclusi all’interno di un Ccnl, di conseguenza, non avranno nessun vantaggio tangibile dalla legge sul salario giusto. Si tratta di un numero relativamente basso di persone, visto che, secondo i dati del Cnel, il 95,6% dei dipendenti italiani aderisce a un contratto nazionale.
Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Agi, però, il Governo starebbe lavorando a una norma “sperimentale” che introduca un salario minimo per le intese che rimangono fuori dalla contrattazione collettiva nazionale.