Salario giusto e salario minimo, qual è la differenza e cosa cambia per gli stipendi

Il Governo punta sul rafforzamento dei Ccnl per contrastare i contratti pirata, mentre l'opposizione insiste sui 9 euro l'ora. Il confronto

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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Il Consiglio dei ministri potrebbe approvare il “salario giusto”. Per il 1° maggio è infatti in arrivo il decreto lavoro che punta a questa misura. Nella bozza, tra le diverse indicazioni come le novità per i rider e la proroga delle assunzioni per giovani under 35 e donne nell’area Zes, c’è anche l’individuazione del salario giusto.

Il riferimento è al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Non è il salario minimo, quindi. Qual è la differenza tra i due approcci?

Che cos’è il salario giusto

Non è sul salario minimo che il governo Meloni potrebbe puntare, ma sul “salario giusto”. Si tratta di una definizione meno comune e che presenta differenze sostanziali rispetto al primo approccio. Nel decreto Primo Maggio si potrebbe introdurre il salario giusto, ovvero un rafforzamento dei contratti collettivi nazionali (Ccnl) più rappresentativi.

Non è un’idea nuova: riprende un concetto già presente nel Jobs Act di Matteo Renzi del 2015. Nella pratica, si tratta di selezionare i contratti nazionali rappresentativi e usarli come riferimento per contrastare tutti gli altri contratti meno solidi o i cosiddetti “contratti pirata”.

Sul criterio di “rappresentatività”, però, non c’è ancora una conferma certa. Resta inoltre il tema dei contratti scaduti e non rinnovati sullo sfondo.

Che cos’è il salario minimo

Dall’altra parte ci sono le opposizioni, che chiedono da tempo un salario minimo legale a 9 euro l’ora. L’Italia è uno dei pochi Paesi Ue nel quale non è stato ancora introdotto (22 su 27 lo hanno già e in molti continua a crescere).

Alcuni esempi:

  • in Germania il salario minimo porta gli stipendi a un minimo di 2.161 euro al mese;
  • in Francia il salario minimo porta gli stipendi a un minimo di 1.802 euro al mese;
  • in Spagna il salario minimo porta gli stipendi a un minimo di 1.381 euro al mese.

Il tema qui è il blocco da parte dei grandi sindacati. Questi temono che il salario minimo resti fisso e possa potenzialmente trasformarsi in una trappola o in un “soffitto”.

Pro e contro del salario giusto e del salario minimo

Per capire bene la differenza tra i due sistemi, si possono elencare i pro e i contro presentati. Il salario giusto è stato presentato come un modo per rafforzare la contrattazione collettiva. Il punto di partenza è totalmente diverso dal salario minimo legale.

Tra i pro del salario giusto ci sono:

  • l’esclusione dalle gare d’appalto pubbliche delle aziende che non rispettano un livello di retribuzione e di tutela simile a quelli dei contratti di riferimento;
  • l’esclusione da bonus e sgravi fiscali per le aziende che non applicano un contratto adeguato.

Il contro è uno, ma piuttosto impattante:

  • i lavoratori che non hanno un Ccnl non sono coperti dal salario giusto.

Per quanto la platea di questi lavoratori sia piccola, è comunque un dato che non può essere trascurato. Per questo, proprio per quel 4,4% sprovvisto di Ccnl, il Governo starebbe pensando a una forma di salario minimo.

Il salario minimo ha diversi pro secondo i suoi sostenitori. Ne ricordiamo alcuni:

  • contrasto alla povertà lavorativa;
  • inclusione di chi non ha un contratto di riferimento;
  • copertura dei lavoratori autonomi.

Tra i contro, come riporta il fronte del “no”, ci sono:

  • il rischio di incentivare il lavoro nero;
  • il rischio di abbassare stipendi già più alti (livellamento verso il basso);
  • la diminuzione del potere della contrattazione collettiva.