Blue Economy, comparto marittimo record in Italia ma mancano 175.000 lavoratori

L'economia del mare cresce e rappresenta l'11% del Pil italiano, ma l'espansione sarà frenata da mancanza di manodopera specializzata

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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La blue economy si conferma uno dei motori principali dell’economia italiana e Genova ne rappresenta uno degli hub più strategici a livello europeo. Il comparto marittimo, composto da porti, cantieri navali, logistica, pesca e innovazione industriale, genera oggi un valore complessivo di circa 216,7 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil nazionale, e coinvolge oltre 1,1 milione di occupati.

Eppure, dietro questi numeri record, si nasconde una cronica mancanza di lavoratori qualificati, che rischia di frenare la crescita del settore proprio nel momento di massima espansione.

L’evoluzione dell’economia del mare che rischia di arenarsi

Il problema occupazionale non riguarda solo la quantità di manodopera disponibile, ma anche la trasformazione delle competenze. Da un lato, infatti, si sviluppano nuove filiere legate alla sostenibilità, all’innovazione ambientale e all’economia circolare, indebolendo la contraddizione spesso molto forte tra ambiente e profitto – come dimostra anche la stampa di scogli in 3d a partire dal riuso di scarti ittici.

Dall’altro lato, però, il mercato del lavoro fatica a rispondere a questa evoluzione, generando un disallineamento sempre più marcato tra domanda e offerta, che rispecchia perfettamente quello denunciato non molto tempo fa dal Cnel: 46 contratti su 100 restano vuoti per mancanza di figure professionali adeguate.

Quali sono i profili maggiormente ricercati

A livello territoriale, la Liguria si colloca al centro di questa dinamica. La regione rappresenta una delle aree con la più alta concentrazione di attività legate al mare: l’economia marittima incide per il 13,8% del valore aggiunto regionale e per il 15,4% dell’occupazione complessiva, rendendo il territorio il primo in Italia per specializzazione nella blue economy. Tuttavia, proprio in questo contesto altamente sviluppato si inserisce la difficoltà a reperire personale.

Il dato più critico riguarda la cantieristica navale, dove fino al 43% delle posizioni lavorative resta scoperto, quasi il doppio rispetto alla media del settore. Le figure più difficili da trovare includono:

  • saldatori specializzati;
  • meccanici navali;
  • ingegneri;
  • tecnici della transizione energetica;
  • professionisti della digitalizzazione industriale.

È necessario dunque un insieme di competenze sempre più ibride che richiede formazione avanzata e aggiornamento continuo.

L’espansione rischia di non essere sostenibile

La crescita del settore nel quadriennio 2022-2025 ha inoltre evidenziato un aumento dell’occupazione nella blue economy 4 volte superiore rispetto alla media nazionale. Tuttavia, il sistema produttivo rischia di non riuscire a sostenere questa accelerazione a causa di un duplice fenomeno:

  • il pensionamento progressivo di una parte consistente della forza lavoro storica;
  • la difficoltà delle nuove generazioni di accedere a percorsi formativi adeguati alle esigenze del comparto.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda la frammentazione della formazione tecnica. Nonostante la presenza di istituti specializzati e percorsi Its dedicati alla nautica e alla logistica portuale, il collegamento tra scuola e impresa resta ancora insufficiente. Le aziende segnalano infatti uno iato crescente tra le competenze insegnate e quelle realmente richieste nei cantieri e nei terminal portuali. Un gap che lascerà scoperti circa 175.000 posti di lavoro.

Cosa succederà in futuro all’economia del mare

Sul piano strategico, la blue economy genovese si trova dunque davanti a un bivio. Da un lato, la possibilità di consolidare il proprio ruolo di hub mediterraneo dell’innovazione marittima; dall’altro, il rischio concreto che la carenza di lavoratori qualificati possa rallentare progetti infrastrutturali, transizione energetica e sviluppo industriale.

In questo scenario, la capacità di attrarre, formare e trattenere competenze diventa il vero fattore competitivo. Non si tratta più soltanto di crescita economica, ma di sostenibilità del modello produttivo nel lungo periodo. La sfida per Genova, e più in generale per la blue economy italiana, sarà quindi quella di trasformare un potenziale già enorme in un sistema realmente resiliente, capace di coniugare innovazione, occupazione e continuità generazionale.