Fase 2, Lombardia: “Lavorare anche sabato e domenica per scaglionare”

Nella sua ondivaga narrazione della Fase 2, la Lombardia è ora pronta ad allungare la settimana lavorativa per evitare disagi e contagi.

“Scaglionare il lavoro magari su 7 giorni anziché su 5, con orari di inizio diversi per evitare l’utilizzo eccessivo dei mezzi pubblici in determinate fasce”. È quanto ha riferito il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, parlando in Consiglio regionale.

“Scaglionare il lavoro – ha detto il governatore – anche con orari di inizio diversi per l’evitare l’utilizzo eccessivo dei mezzi pubblici in determinate fasce orarie”. Secondo quanto annunciato mercoledì dal Pirellone, infatti, la ripartenza delle attività produttive dovrebbe avvenire nel rispetto delle ‘Quattro D‘: distanza, un metro di sicurezza tra le persone,; dispositivi, ovvero obbligo di mascherina per tutti; digitalizzazione, obbligo di smart working per chi può farlo, e diagnosi, con il lancio dei test sierologici.

“Sono tante le proposte degli scienziati e dei tecnici che siederanno con noi domani al Tavolo dello Sviluppo”, ha aggiunto Fontana, precisando anche come non ci sarebbe stata nessuna pressione di Matteo Salvini sulla riapertura e il nuovo piano di ‘normalità’. “Assolutamente no – ha affermato il governatore – domani riuniamo il tavolo della competitività e volevamo annunciare la partenza della fase di avvicinamento alla riapertura”.

Resta una linea piuttosto ondivaga da parte lombarda: il presidente, fino a poche ore fa rigorista assoluto, vorrebbe ora riaprire le scuole già a maggio. Cos’è cambiato nel frattempo, visto che i morti continuano a contarsi a centinaia?

In ogni caso, la “via lombarda alla libertà”, come modestamente chiama la Fase 2 Fontana, passa da una interpretazione creativa della delicata transizione. Compresa l’ipotesi di spalmare il lavoro non su cinque ma su sette giorni. In pratica si lavorerebbe tutta la settimana, sabato e domenica compresi, in modo da frazionare con più agio l’inevitabile riorganizzazione del lavoro e delle attività, distribuendo su più giorni il carico dei disagi e gli inevitabili colli di bottiglia (si pensi agli accessi contingentati in metro o sui treni).

“No patentino per ora solo screening”
Infine, per Fontana parlare di patentino Covid-19 free non è corretto e potrebbe essere fuorviante perché “poi la gente si illude. Per ora avremo solo uno screening che dirà chi ha nati anticorpi e chi non li ha. Il patentino lo potremmo avere secondo gli scienziati dopo una ulteriore sperimentazione di altre 2-3 settimane”.

Critiche
Non mancano ovviamente le critiche alla posizione della Regione Lombardia. Il professor Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa che sta seguendo l’emergenza coronavirus per la Regione Puglia, è sempre molto moderato nei toni, però scuote la testa: “Ripartire oggi in queste condizioni non ha molto senso già di per sé; che poi faccia un salto in avanti proprio la Lombardia appare, quanto meno, imprudente. Io sono dell’opinione che tutte le regioni dovrebbero aprire contemporaneamente, ma di certo se qualcuno deve anticipare non può essere la Lombardia. E non è un problema solo di numeri: un territorio deve dimostrare di avere l’epidemia sotto controllo, di sapere tracciare i positivi e isolare i focolai. In Lombardia vi sembra che tutto questo stia succedendo?”.

Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Oms: “Bisogna avere chiari i numeri dell’andamento del contagio. Inoltre, in Lombardia sono stati commessi errori: è mancata la sanità di territorio e continua a mancare. Ha messo in campo 37 su 200 unità speciali di continuità assistenziale, le altre regioni hanno organizzato le Usca da settimane”. Come è possibile che la Lombardia, che ieri ha dovuto registrare altri 941 casi positivi, più del giorno prima e molti di più di tutte le altre regioni sommate insieme se si escludono Piemonte ed Emilia-Romagna, si senta pronta a ripartire? Se nel centro-sud l’R0, la velocità del contagio, è ormai sotto il valore di 1, anche allo 0,6-0,7 (obiettivo necessario per pensare di alleggerire il lockdown), in alcune province della Lombardia, come mostrano i dati di ieri, è tra l’1 e l’1,5, troppo alto.

La Lombardia – dicono gli esperti del settore – ha pagato il modello di sanità: poco presente sul territorio, molto concentrata sugli ospedali, i pazienti di Covid-19 non sono stati intercettati, hanno affollato pronto soccorso e reparti che, insieme alla Rsa e alle case di riposo, sono divenuti moltiplicatori del contagio. Non c’è stata la capacità di isolare i singoli focolai, di tracciare i contatti dei positivi, ed è solo una parziale scusante che tutto sia esploso in una volta, perché c’è l’esempio virtuoso del Veneto.

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