Stipendi insegnanti, l’Italia è in coda in Europa: guadagnano fino al 57% in meno

Tra scatti di carriera congelati, burocrazia sommersa, la professione del docente non attrae più perché a parità di ore lavorate, si guadagna la metà rispetto all'Ue

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Se si guardano le classifiche dei lavori dei sogni, l’insegnamento non fa più parte di quella classifica da molto tempo. E uno dei motivi principali è la leggerezza della busta paga. Tra inflazione alle stelle, scatti di carriera col contagocce e un confronto impietoso con il resto d’Europa, l’Italia ha un triste primato europeo: paga poco e male i suoi docenti.

Il divario è particolarmente evidente rispetto al Lussemburgo: considerando gli importi massimi indicati, un docente italiano può guadagnare circa il 57% in meno di un collega lussemburghese. Il dato lussemburghese va comunque interpretato alla luce del costo della vita e del livello generale delle retribuzioni nel Paese.

Ma la forbice salariale è apertissima anche nei confronti di vicini di casa come Spagna e Francia. A parità di titoli e responsabilità, varcare la soglia di un’aula italiana conviene decisamente meno.

Quanto guadagnano gli insegnanti negli altri Paesi dell’Ue

I report periodici firmati da Eurydice e dall’Ocse mettono sul tavolo cifre che parlano da sole:

  • in Lussemburgo lo stipendio d’ingresso nella scuola secondaria sfiora i 60.000 euro lordi all’anno, per poi superare quota 100.000 a fine carriera;
  • i docenti tedeschi partono da oltre 50.000-60.000 euro lordi per arrivare a toccare gli 80.000 euro prima della pensione, con differenze poco significative a seconda del Land;
  • le retribuzioni spagnole oscillano mediamente tra i 31.000 e i 46.000 euro lordi;
  • la media annua in Francia viaggia oltre i 34.000 euro lordi, garantendo un potere d’acquisto e scatti di anzianità decisamente più dinamici dei nostri;
  • gli insegnanti italiani a inizio carriera guadagnano circa 25.000-27.000 euro lordi e raggiungono a fatica i 43.000 euro annui dopo 35 anni di servizio.

Il lungo blocco della contrattazione nella scuola

Con la crisi del 2008, il Governo Berlusconi si trovò a dover tagliare più di 8 miliardi di euro alla scuola, portando gli investimenti dell’istruzione ai minimi storici, sotto il 4% del Pil. Dal 2010 il blocco dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego ha interessato anche il comparto scuola. La contrattazione è ripresa con il rinnovo firmato nel 2018; nel frattempo, alcuni anni sono stati sterilizzati anche ai fini della progressione economica. Per i docenti assunti dal settembre 2010 è stata inoltre eliminata la precedente fascia stipendiale 3-8 anni: la prima progressione economica è stata così spostata al termine della fascia 0-8 anni. Se aggiungiamo che i sistemi di reclutamento hanno portato a un precariato cronico, non c’è da stupirsi che gli stipendi siano rimasti bassi.

I salari sono più bassi al netto delle stesse ore lavorate

Professori e maestri in Italia non guadagnano meno perché lavorano solo 4 ore al giorno e hanno due mesi di vacanza.

Le 18 ore settimanali di insegnamento frontale nella scuola secondaria, come anche le 22 in primaria, sono perfettamente in linea con la media europea. In Francia e in Finlandia le ore d’aula sono quasi le stesse. Si tratta però delle sole ore di lezione, per l’appunto: il carico complessivo comprende anche preparazione, correzione, riunioni, colloqui e altri adempimenti.

Quello che cambia è la retribuzione delle attività svolte fuori dalle ore di lezione, che spinge il pagamento orario di un docente italiano a 14 euro l’ora.

Paese Ore frontali l’anno Stipendio medio Retribuzione oraria
Germania ~ 750 ore ~ 65.000 euro 86 euro l’ora
Lussemburgo ~ 630 ore ~ 85.000 euro 135 euro l’ora
Spagna ~ 680 ore ~ 35.000 euro 51 euro l’ora
Francia ~ 640 ore ~ 34.000 euro 53 euro l’ora
Italia ~ 612 ore ~ 29.500 euro 48 euro l’ora

Il rischio per il futuro: chi entrerà più in classe?

Il vero nodo riguarda il futuro del nostro sistema scolastico. È diventato uno dei lavori a più alto rischio di burnout. E se si considera che gli stipendi d’ingresso sfiorano la soglia del lavoro povero, soprattutto per chi deve trasferirsi in città del Nord, l’insegnamento sta perdendo ogni forma di attrattività.

A soffrirne maggiormente sono le cattedre di materie scientifiche ed economiche, che non offrono stipendi sufficientemente attrattivi rispetto al privato. Con tutte le conseguenze del caso per le croniche carenze degli studenti italiani in calcolo e logica economica.