Il problema del mercato del lavoro italiano non è la disoccupazione ma l’inattività

Il report Cnel del primo semestre del 2026 indica come vera emergenza nazionale la quota di persone costrette a smettere di cercare un impiego

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Dalla crisi del 2008 non si fa che parlare a targhe alterne di disoccupazione e di imprese che non trovano lavoratori. Ma la rilettura incrociata delle rilevazioni statistiche degli ultimi 10 anni mostra una realtà diversa: dalla crisi mondiale scaturita dal pasticcio immobiliare dei mutui sub-prime fino al collasso dei consumi durante e dopo la pandemia, la vera emergenza italiana non è mai stata davvero la disoccupazione né la presunta pigrizia delle persone in età occupabile.

QuitTok e Great Resignation non sono solo trend sui social. I possibili candidati sembra rinuncino in partenza a buttarsi nel mondo del lavoro. E di questa decisione sono in parte responsabili le scelte organizzative delle imprese.

L’equivoco del disallineamento: la scelta imprenditoriale del turnover

Ogni anno si ripete l’allarme: le aziende cercano personale e non lo trovano. I dati del Report sul Mismatch redatto dal Cnel indicano che nel primo semestre 2026 la difficoltà di reperimento riguarda il 44,8% delle entrate previste, in linea con il 46-48% delle rilevazioni precedenti.

Attribuire il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro esclusivamente a una carenza strutturale di candidati significherebbe essere miopi e, in parte, scambiare l’effetto con la causa. I dati sulle Comunicazioni Obbligatorie dimostrano che la causa principale del continuo fabbisogno di personale non è l’assenza di forza lavoro, ma l’imponente velocità di cambio. E questo turnover è spesso scelto dagli stessi datori di lavoro, che prediligono contratti a termine, stagionali o di brevissima durata per abbattere il rischio d’impresa e flessibilizzare i costi.

Nel solo settore del turismo e della ristorazione, nel 2025 si sono registrate 1,69 milioni di nuove attivazioni a fronte di 1,66 milioni di cessazioni. Chi sceglie di precarizzare la propria forza lavoro si ritrova fisiologicamente in un ciclo perenne di ricerca e sostituzione, alimentando un’illusione ottica di carenza strutturale di manodopera.

Le rilevazioni post-Jobs Act e il mito della scarsa scolarizzazione

L’inquadramento del problema ha però radici storiche. Nelle analisi condotte dieci anni fa, all’indomani del Jobs Act, le rilevazioni tendevano a puntare il dito quasi esclusivamente contro la scarsa scolarizzazione o l’inadeguatezza formativa dei giovani. Un’impostazione che deresponsabilizzava le imprese e nascondeva i problemi reali del sistema.

I rapporti dell’Istat dal 2024-2026 ci raccontano una storia un po’ diversa. A Sud, dove la situazione è più critica, la disoccupazione e l’inattività giovanile colpiscono duramente chi possiede titoli di studio medio-alti. Si contano 194.000 disoccupati tra chi ha il diploma di scuola superiore secondaria e oltre 51 mila tra chi ha conseguito una laurea o una specializzazione post-laurea, di cui 31.000 sono donne.

A ciò si aggiunge un’ulteriore barriera strutturale. In Italia conciliare studio e lavoro regolare rappresenta una difficoltà insormontabile. I contratti flessibili offerti nei settori ad alta assorbimento di manodopera, come la ristorazione, prevedono orari frammentati o turni festivi incompatibili con la frequenza universitaria o scolastica. L’unica alternativa per uno studente che deve mantenersi finisce spesso per essere il lavoro non contrattualizzato o in nero, con la conseguente fuoriuscita dei giovani dai canali ufficiali della ricerca d’impiego.

La vera costante storica: la rinuncia al lavoro

Mentre la disoccupazione in senso stretto ha registrato un calo progressivo negli ultimi anni, scendendo attorno al 6% nel 2026, l’indicatore critico dell’Italia costante dalla crisi del 2008 resta l’inattività.

A fronte di circa 1,6 milioni di disoccupati che cercano costantemente di reinserirsi nel mercato, gli archivi Istat contano 25 milioni di inattivi nella popolazione sopra i 15 anni. Il collo di bottiglia del Paese non è rappresentato da chi cerca e non trova, ma dall’enorme bacino potenziale inutilizzato.

La spaccatura di genere

La voce primaria dell’inattività italiana è la disuguaglianza di genere. Se tra i disoccupati attivi il rapporto tra uomini e donne è di 831.000 a 745.000, il divario diventa abissale tra gli inattivi: 10 milioni contro 15.

Nella fascia d’età tra i 35 e i 49 anni, più di 1 milione di donne dichiara di non cercare lavoro a causa di impegni familiari e di cura, contro appena 36 mila uomini. Non si tratta di una rinuncia culturale o volontaria, ma del risultato diretto della carenza di asili nido, servizi per la non-autosufficienza e welfare sia aziendale che pubblico, che scarica l’intero carico del lavoro di cura sulle spalle delle donne.

Industria a saldo zero

Se nel turismo il turnover è dettato dalla precarizzazione strategica, nel secondario più prettamente industriale si manifesta una dinamica differente ma altrettanto indicativa: un sostanziale pareggio numerico tra ingressi e uscite, 240.000 attivazioni a fronte di 239.000 cessazioni contrattuali. I picchi di mobilità si concentrano in figure come saldatori, fonditori, meccanici e manutentori.

Anche in questo caso, la sensazione di un’emergenza di reclutamento non deriva da un’espansione del settore che non trova braccia, ma dalla costante necessità di rimpiazzare lavoratori che cambiano azienda o escono dal circuito produttivo. Il mercato non soffre di una carenza assoluta di addetti, ma di un continuo ricambio che tiene le imprese in un perenne stato di affanno organizzativo.

La caccia al talento nei Servizi Avanzati

Il fenomeno del ricambio ad alta velocità non riguarda soltanto la forza lavoro esecutiva o stagionale, ma anche i settori ad alta qualificazione. Nei servizi informatici, nelle professioni digitali e nei ruoli tecnico-amministrativi l’elevato turnover non è figlio della precarietà contrattuale, bensì di una spietata competizione per il talento tra aziende.

La scarsità di profili altamente specializzati spinge le imprese a contendersi i medesimi professionisti a suon di rilanci o migliori condizioni, innescando una continua mobilità da un datore di lavoro all’altro. Di conseguenza, la singola azienda percepisce una cronica difficoltà di reperimento, quando in realtà il mercato sta solo redistribuendo continuamente gli stessi specialisti all’interno del sistema.

Le vere ragioni del mismatch

Mettendo insieme le tessere del puzzle dal post-2008 ad oggi, la narrazione del disallineamento cambia radicalmente segno:

  1. non mancano i lavoratori alle aziende, ma molte di esse sono prigioniere di dinamiche di turnover da esse stesse alimentate, con la precarizzazione nel turismo e nella ristorazione, o subite, tramite il rimpiazzo continuo nell’industria e la competizione sui profili digitali;
  2. il vero potenziale inespresso del Paese resta l’inattività, soprattutto quella delle donne, che si potrebbe alleviare attraverso un rinforzamento del welfare che permetterebbe una conciliazione del lavoro con la dimensione della cura;
  3. l’inattività fittizia dei giovani lavoratori in nero, che andrebbero tutelati attraverso un’offerta di lavoro regolare e flessibile, al fine di non trovarsi di fronte al rischio di dover abbandonare gli studi.