Bankitalia: “Lavoro riparte per gli incentivi, non per il Jobs Act”

Cosa accadrà quando si esaurirà il periodo di incentivi fiscali alle aziende?

Secondo uno studio della Banca d’Italia, visionato in anteprima da La Repubblica, le riforme del mercato del lavoro attuate dal governo Renzi hanno sì contribuito a far crescere il numero di assunzioni a tempo indeterminato, ma gli effetti positivi sono principalmente legati agli incentivi fiscali concessi alle aziende piuttosto che all’impianto generale del Jobs Act. Lo studio è il primo lavoro che cerca di isolare l’effetto causale delle riforme del governo sulle assunzioni a tempo indeterminato.

L’analisi è destinata a rinfocolare una polemica politica che si trascina da mesi, col governo impegnato a difendere la riforma (“Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?” ha scritto il premier su Twitter in settimana) e opposizioni, sindacati e fette di opinione pubblica a contestarne l’impianto generale, che secondo loro finirebbe soprattutto per regalare un potere enorme alle aziende in cambio di quasi nulla, considerato l’esborso per gli incentivi ed il numero effettivo di nuovi posti di lavoro.

Se il “contratto a tutele crescenti“, uno dei cardini del Jobs Act, resterà infatti in vigore nei prossimi anni, gli incentivi fiscali alle assunzioni sono stati notevolmente ridotti, anche per permettere al governo di passare altre misure fiscali come il taglio delle imposte sulla prima casa.

Paolo Sestito, capo del servizio Struttura Economica di Bankitalia, e Eliana Viviano hanno utilizzato nello studio in questione dati provenienti dal Veneto e relativi ai mesi tra gennaio 2013 e giugno 2015. I due ricercatori scrivono che circa il 45% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute in quel periodo sono attribuibili ad almeno una delle due misure. “Le due politiche hanno avuto successo sia nel ridurre il dualismo del mercato sia nello stimolare la domanda di lavoro, anche durante una recessione caratterizzata da un’altissima incertezza macroeconomica”, scrivono gli autori. Questo effetto positivo è però quasi interamente spiegato dall’introduzione degli incentivi fiscali, mentre la combinazione del contratto a tutele crescenti e degli incentivi spiega solo il 5% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Poiché questo tipo di contratti sono un quinto delle nuove assunzioni nel campione, i ricercatori trovano che il Jobs Act ha contribuito a creare appena l’1% dei nuovi posti.

Al nuovo “contratto a tutele crescenti” il governo ha affiancato un piano di incentivi fiscali validi per tutto il 2015, che permette al datore di lavoro di non pagare, fino a una certa soglia, i contributi dei neoassunti per tre anni. L’incentivo è stato notevolmente ridotto per quest’anno, portandolo dal 100% al 40%, e tagliandone la durata a due anni invece di tre. E la domanda nasce spontanea: una volta terminati gli incentivi – al netto della spesa per le casse dello Stato – cosa potrà accadere ai lavoratori nel frattempo assunti senza più la copertura dell’articolo 18? Di certo per licenziarli basterà un indennizzo.

Un altro paper di un gruppo di ricercatori guidato da Marta Fana dell’Istituto di Studi Politici di Parigi, basato però soltanto su statistiche descrittive e non su più sofisticate indagini econometriche, aveva concluso – si legge sempre nell’articol.o de La Repubblica – che il Jobs Act non ha raggiunto gli obbiettivi di far crescere l’occupazione e incentivare i contratti a tempo indeterminato.

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