Il salario giusto s’ha da fare? È stato presentato all’interno del decreto Primo Maggio e, nel pomeriggio del 18 maggio, scadevano i termini per presentare gli emendamenti. Prima di avere, o non avere, il “salario giusto” passerà ancora del tempo, perché il percorso del testo è lungo, ma la prima tappa si è conclusa. Sono stati presentati 550 emendamenti, dei quali la metà appartenenti all’opposizione.
Discusso l’emendamento di Claudio Durigon, ex sindacalista Ugl e attuale sottosegretario al Lavoro, che ha presentato una proposta per introdurre la retroattività degli aumenti nei rinnovi contrattuali avvenuti in ritardo, misura prevista nella bozza e poi eliminata all’ultimo momento.
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Pioggia di emendamenti sul decreto Primo Maggio
Il 18 maggio 2026 si è conclusa la fase di invio degli emendamenti per il decreto Primo Maggio. Nella giornata di mercoledì 20 maggio saranno comunicati gli emendamenti inammissibili e da giovedì saranno resi noti i ricorsi. A partire dalla prossima settimana ci si concentrerà sull’esame in commissione di quelli sopravvissuti alla selezione e si inizierà la votazione.
Si parla sempre di circa 550 emendamenti, dei quali la metà da parte dell’opposizione: 112 da parte del Partito Democratico, 109 del Movimento 5 Stelle. Un emendamento unitario, a firma PD, Avs, Azione e Italia Viva, torna invece a proporre il salario minimo a 9 euro l’ora.
Sulla differenza tra salario minimo e salario giusto si è discusso a lungo nei primi giorni di maggio.
La proposta della retroattività
Un emendamento del quale si sta discutendo fuori dalle aule di commissione è quello presentato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Questo ha presentato un testo che introduce la retroattività degli aumenti nei rinnovi contrattuali avvenuti in ritardo.
Non è un testo nuovo, era già presente nella bozza del decreto Primo Maggio, ma è stato eliminato all’ultimo. Ora Durigon torna a proporlo e assicura:
Non credo che ci siano problemi con il ministro Calderone, con i sindacati e con i datori di lavoro.
Eppure la retroattività è stata eliminata dal testo definitivo per via del costo elevato che avrebbero dovuto pagare le imprese, e ancora oggi non c’è unanimità tra i sindacati. Per esempio, la Uil è favorevole, mentre la Cgil si dice scettica.
Arretrati e anticipo sull’inflazione
Claudio Durigon insiste sul fatto che se hanno detto no al salario minimo, ora devono sostenere il “salario dei lavoratori”. Questo passerebbe attraverso due temi: gli arretrati e l’anticipo sull’inflazione.
Il cuore dell’emendamento è nel primo comma, ovvero la proposta di retroattività. Si legge:
Gli incrementi dei trattamenti economici previsti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro decorrono dalla data di scadenza del precedente contratto collettivo nazionale di lavoro.
Significa che se un contratto scade oggi e viene rinnovato in ritardo di due anni, gli aumenti non dovrebbero partire dal 2028, ma dalla scadenza del vecchio contratto nel 2026. In pratica, ritardare il rinnovo avrebbe delle conseguenze economiche e questo potrebbe spingere le imprese a velocizzare i tempi e a non lasciare i lavoratori e le lavoratrici nell’incertezza per mesi o anni.
Il secondo approccio è il meccanismo degli arretrati. Nel testo approvato dal Consiglio dei ministri si prevede che, in caso di mancato rinnovo, le retribuzioni siano adeguate a titolo di anticipo forfettario alla variazione dell’indice usato nei contratti per misurare l’aumento dei prezzi. La quota è pari al 30%, ma Durigon propone di alzarla al 50%.
Significa che se il contratto non viene rinnovato, ai lavoratori viene riconosciuto l’anticipo legato all’inflazione in attesa del nuovo accordo. Anche in questo caso, l’obiettivo sembra essere quello di spingere le parti a un rinnovo più rapido.