Residenza fiscale all’estero e famiglia in Italia: quali regole?

Il contribuente che, pur avendo spostato all'estero la propria residenza anagrafica e il suo centro di interessi sociali e personali, mantiene interessi economici rilevanti in Italia, deve essere considerato fiscalmente residente in Italia?

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Regola generale
La normativa (art. 2, comma 2 D.P.R. n. 917/1986) dispone che “sono considerati residenti le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta (i cd. “183 giorni”) sono:

  • iscritte nelle anagrafi comunali della popolazione residente;
  • hanno il domicilio nel territorio dello Stato ai sensi dell’articolo 43, comma 1 c.c.;
  • hanno la residenza nel territorio dello Stato ai sensi dell’articolo 43, comma 2 c.c.”

Le condizioni qui indicate sono tra loro alternative, ossia il verificarsi di una sola di queste fa propendere per la residenza fiscale italiana in capo al contribuente.

In questo articolo esaminiamo il caso in cui la famiglia è in Italia mentre il “capo famiglia” ha provveduto a trasferire la residenza all’estero con relativa iscrizione all’Aire.

Sia la normativa italiana che le disposizioni contenute nell’art. 4 della Convenzione Ocse contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia indicano il concetto del “centro degli affari e interessi” come una delle condizioni di discrimine per la scelta della residenza.

La nozione di “affari ed interessi” dev’essere intesa in senso ampio, ossia deve riguardare la generalità dei rapporti del soggetto comprendendo anche gli interessi di carattere familiare, sociale e morale e non solo quelli di carattere patrimoniale (risoluzione Agenzia delle Entrate n. 351 del 7 agosto 2008 – Cass. 5 maggio 1980 n. 2936). Ove tale individuazione sia impossibile, “occorre dichiarare la preminenza dei legami personali”; ciò comporta se un contribuente ha legami familiari in Italia, anche con iscrizione all’Aire, questi sono elementi idonei ad individuare il domicilio in Italia per attrazione e, di conseguenza, tutti i redditi ovunque prodotti dal contribuente, iscritto all’Aire, saranno soggetti a tassazione in Italia sulla base del principio di tassazione del principio mondiale (l’art. 3, comma 1 D.P.R. n. 917/1986 indica “L’imposta si applica sul reddito complessivo del soggetto, formato per i residenti da tutti i redditi posseduti al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10 e per i non residenti soltanto da quelli prodotti nel territorio dello Stato”).

Disposizione contrarie
Sul punto si segnala, oltre ad una prima sentenza della C.T. Reg. Genova 13 luglio 2012 n. 87 che imputa agli interessi patrimoniali/economici un maggiore rilievo rispetto agli interessi personali, la sentenza n. 402 del 19 luglio 2017 della C.T. Prov. Varese.

La sentenza della C.T. Reg. Genova riguarda l’accertamento emesso nei confronti di un contribuente che ha trasferito la residenza in un paese avente un regime fiscale privilegiato (si ricorda che in tali casi è il contribuente a dover dimostrare fino a prova contraria di non essere fiscalmente residente in Italia, contrariamente a quanto avviene per i contribuenti che trasferiscono la propria residenza in paesi non aventi una fiscalità agevolata per cui è previsto che sia l’Agenzia delle Entrate a dimostrare che il contribuente sia fiscalmente residente in Italia). Nel caso in specifico della sentenza, viene indicata l’attrazione della residenza in Italia in quanto “nulla viene validamente provato, per contro, in ordine alla consistenza economica del centro di interesse nel Principato, ovvero redditi tali da dimostrare prevalenza di tale centro di interesse rispetto a quello esistente in Italia. […]”

La sentenza della C.T. Prov. Varese prende spunto da un accertamento effettuato dall’Agenzia delle Entrate in relazione alle somme possedute all’estero, somme che poi venivano bonificate alla moglie, residente in Italia, sul conto corrente cointestato. L’Agenzia eccepisce che tale fatto, unitamente all’incarico di rappresentante legale per alcune società residenti, sia di supporto per l’accertamento per mancata dichiarazione dei redditi oltre alla mancata compilazione del quadro RW.

Fatta la disamina sulle prove che l’Agenzia ha portato a fondamento dell’atto di accertamento emesso in capo al contribuente, la commessione conclude indicando che risulta essere “[…] ultroneo esaminare nel dettaglio la rilevanza degli indizi relativi alla conservazione in Italia di interessi personali o familiari (sostentamento al coniuge ecc.) perché, se anche il ricorrente li avesse conservati, questo, in assenza della prova della conservazione degli interessi patrimoniali ed economici, non sarebbe sufficiente ad integrare il requisito del domicilio in Italia in quanto il concetto civilistico di domicilio non può prescindere dall’essere (quel luogo) la sede principale dei propri affari (economici); né la norma fiscale consente di prescindere da tale requisito. Conseguentemente il ricorrente non può ritenersi fiscalmente residente in Italia in base al domicilio. Ma non può neppure esserlo in base al presupposto della residenza civilistica perché, come già evidenziato, l’ufficio non ha provato la presenza fisica in Italia del ricorrente per almeno 183 giorni nell’anno 2013; (anzi il ricorrente ha fornito documentazione attestante il contrario) e la residenza civilistica è indissolubilmente legata al fatto oggettivo della dimora abituale della persona fisica in un luogo.”

Tuttavia, questo orientamento non rappresenta un cambio nella considerazione degli “interessi familiari” nell’esame complessivo delle fattispecie che determinano la residenza fiscale del contribuente, in quanto ogni verifica va effettuata sulle condizioni concrete della situazione del contribuente oggetto dell’accertamento.

Marco Beacco – Fisco 7

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