Il clima estremo fa crollare i raccolti in Italia, le regioni messe peggio: chi ha perso di più

Tra siccità, caldo e grandine i danni all'agricoltura superano i 3 miliardi: dal Piemonte alla Puglia, dove i raccolti hanno perso di più

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Il clima estremo presenta un conto sempre più pesante all’agricoltura italiana. Da una parte ci sono le temperature elevate e la siccità prolungata, dall’altra nubifragi, grandinate e altri fenomeni intensi che possono distruggere interi raccolti in pochi minuti. Questa instabilità si traduce inevitabilmente in margini di guadagno ridotti, con perdite che in alcune aree arrivano fino all’80%, proprio mentre aumentano i costi di irrigazione, energia e alimentazione degli animali.

A quanto ammontano i danni causati dal maltempo

Da una recente analisi condotta da Coldiretti, ammontano a oltre 3 miliardi di euro i danni provocati all’agricoltura italiana da caldo estremo, siccità, grandine e roghi.

La situazione oggi è complessa soprattutto per il modo in cui i diversi fenomeni atmosferici spesso si susseguono. Infatti, mentre la siccità riduce la disponibilità d’acqua e indebolisce le piante, le precipitazioni improvvise non sempre riescono a compensare il deficit idrico accumulato. Al contrario, piogge violente e grandinate possono danneggiare raccolti già sottoposti a stress, aumentando le perdite ulteriormente.

Le regioni messe peggio e le colture più colpite

Tra le regioni in maggiore difficoltà c’è il Piemonte, dove la situazione della Baraggia, nelle aree non irrigue tra Vercelli e Biella, è particolarmente delicata:

  • per il riso si stimano cali compresi tra il 70 e l’80%, mentre per il mais le perdite sono arrivate al 50-60%;
  • i foraggi registrano invece una riduzione intorno al 50% e, rispetto alle annate precedenti, risultano in calo anche i noccioleti, soprattutto quelli più vecchi, i cui raccolti hanno perso tra il 20 e il 30%.

In diversi territori della Lombardia il caldo e siccità hanno costretto gli agricoltori ad anticipare la raccolta del mais, privilegiando il trinciato rispetto alla produzione di granella. In questo caso, la perdita stimata è arrivata al 30%. Hanno registrato cali anche:

  • la soia, con cali fino al 30% in alcune zone;
  • i fieni, la cui produzione risulta inferiore di circa un terzo;
  • il riso, con una diminuzione media stimata intorno al 15% e situazioni più critiche in alcune aree della Lomellina;
  • la produzione di latte risulta invece in calo del 10-15%, mentre nelle aree montane la produzione di formaggio d’alpeggio potrebbe ridursi di circa il 20%.

La situazione è complessa anche nel Nord-Est. In Veneto e Friuli Venezia Giulia la filiera dei seminativi registra perdite stimate tra il 40 e il 60% nelle aree maggiormente colpite dalla combinazione di siccità e temperature elevate. In Veneto, in particolare, il deficit pluviometrico dall’inizio dell’anno idrologico ha raggiunto il 26%, con quasi 2,4 miliardi di metri cubi d’acqua mancanti rispetto alla media storica già alla fine di maggio.

Per questo motivo, specie nelle zone montane, prati e pascoli hanno riportato danni compresi tra il 40 e il 60% delle perdite. Inoltre, una minore disponibilità di alimentazione naturale ha avuto conseguenze negative sugli allevamenti, dove latte e carne hanno registrato contrazioni produttive tra il 20 e il 30%.

In Emilia-Romagna, il caldo prolungato:

  • ha ridotto di circa il 20% la produzione di mais nel Ferrarese, ma a causa della grandine e dei problemi legati alle aflatossine le perdite sono arrivate fino all’80% in alcune zone;
  • ha fatto registrare alla frutta estiva e autunnale cali delle rese intorno al 20%, con punte del 30%, ma i danni sono stati maggiori nei casi in cui il raccolto è stato colpito direttamente dalla grandine.

Infine in Trentino caldo e siccità hanno portato a una riduzione del raccolto di mele tra il 9 e il 10%, accompagnata da una diminuzione delle pezzature. Inoltre in quota, tra malghe e pascoli, il secondo sfalcio di fieno è stato fortemente compromesso dal caldo, con ripercussioni sulle disponibilità per l’allevamento.

Danni anche al Sud e al Centro: quali le zone più sotto pressione

Scendendo verso il Centro, l’assenza di precipitazioni sufficienti continua a mettere sotto pressione seminativi, ortofrutta, vigneti, oliveti e foraggi.

In particolare, in Umbria:

  • mais e girasole registrano cali che in alcune aree arrivano al 50%;
  • la vendemmia è stata anticipata e in alcune zone la riduzione delle rese potrebbe attestarsi tra il 5 e il 10%.

L’impatto è ancora più evidente in Abruzzo, dove:

  • si sono registrati 130 giorni senza pioggia;
  • nelle aree non irrigate la perdita della produzione di uva è stimata intorno al 50%;
  • per le olive il calo è compreso tra il 20 e il 30%.

Al Sud e nelle Isole lo stress idrico colpisce soprattutto l’ortofrutta, ma le conseguenze riguardano anche oliveti, vigneti, foraggi e allevamenti.

In Puglia, sono particolarmente esposte produzioni come:

  • pomodori e angurie, con forti cali delle quantità raccolte e problemi di pezzatura e qualità;
  • uva da tavola e olive, a causa dei problemi di avvizzimento provocati dal caldo che possono ripercuotersi sulle rese.

In Calabria, a causa del caldo persistente e dell’elevata umidità:

  • per gli agrumi le perdite stimate sono comprese tra il 30 e il 40%;
  • per foraggi e seminativi si registrano rese inferiori, mentre aumentano le spese legate a irrigazione ed energia.

Una menzione a parte merita in conclusione la Sardegna, dove le irrigazioni hanno consentito di contenere almeno in parte i danni, ma la situazione rimane critica.