La pera italiana è diventata uno dei simboli più evidenti delle difficoltà che stanno attraversando alcune delle filiere storiche dell’agricoltura nazionale. Non si tratta soltanto di una crisi produttiva, né di una semplice annata caratterizzata da raccolti inferiori alle attese. Difficoltà economiche, cambiamento climatico e dinamiche commerciali sempre più complesse hanno modificato gli equilibri del mercato, spingendo un arretramento strutturale che sta cambiando anche il modo in cui il prodotto arriva sulle tavole degli italiani.
E mentre la disponibilità di pere italiane diminuisce, il prezzo medio cresce e i consumi arretrano.
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I dati sulla produzione di pere in Italia, perché si parla di crisi
Secondo i dati Istat pubblicati il 4 settembre 2026, tra il 2006 e il 2025 la produzione italiana di pere è diminuita del 60,6%, mentre la superficie coltivata a pero si è ridotta del 52,8%. Inoltre:
- nel periodo 2011-2023, l’Italia ha perso circa 15mila ettari di superficie destinata alla coltivazione del pero;
- dopo la parziale ripresa registrata nel 2024, l’anno scorso la produzione è tornata a scendere, con una contrazione del 24,7%, concentrandosi soprattutto al Nord. Qui si trova il 64% dei circa 21mila ettari ancora coltivati a pero.
Quello che ci dicono questi dati è che l’Italia non sta semplicemente raccogliendo meno pere, ma dispone di molti meno alberi e di meno superfici produttive rispetto al passato. Infatti, Cso Italy ha rivisto a ribasso le previsioni di produzione per il 2026. Su un potenziale produttivo di circa 420mila tonnellate, considerando sia le pere destinate al consumo fresco sia quelle indirizzate all’industria di trasformazione, gli esperti stimano una produzione complessiva di circa 347mila tonnellate.
Si tratterebbe di un aumento del 17% rispetto alla stagione precedente, ma il dato rimarrebbe comunque distante dagli standard prefissi. Anche con il raccolto che registra un trend al rialzo, il comparto non è tornato ai livelli necessari per esprimere pienamente il proprio potenziale.
Perché molti produttori hanno deciso di abbandonare
Negli ultimi anni il settore è stato colpito contemporaneamente da fenomeni climatici estremi e problemi fitosanitari. Gelate primaverili, alluvioni, siccità e temperature elevate hanno reso sempre più difficile garantire rese stabili. A questi fattori si sono aggiunti parassiti e malattie particolarmente aggressivi, dalla cimice asiatica alla maculatura bruna, fino al colpo di fuoco batterico.
Il cambiamento climatico, quindi, non produce soltanto un problema ambientale. Per un frutticoltore si traduce direttamente in un problema economico. Nel 2026, per esempio, la primavera aveva inizialmente offerto segnali incoraggianti, con fioriture abbondanti e una buona allegagione. Successivamente, però, le temperature particolarmente elevate registrate dalla fine di giugno hanno iniziato a incidere sull’accrescimento dei frutti. Queste, insieme ai fenomeni anomali di grandine e vento hanno poi portato a una revisione al ribasso delle stime produttive.
Quanti ettari sono andati persi negli anni
Di fronte a questa successione di annate difficili, la coltivazione del pero ha smesso di essere economicamente sostenibile, e così, dalle ultime rilevazioni Cso Italy del 2026:
- gli ettari dedicati alla produzione sono risultati essere circa 18.300, il 7% in meno rispetto al 2025;
- in Emilia Romagna, regione centrale per la pericoltura italiana, la superficie produttiva è scesa a poco più di 9.600 ettari, con una contrazione dell’8% nell’ultimo anno;
- rispetto a soli cinque anni fa, la base produttiva nazionale risulta ridotta di circa un terzo, mentre in Emilia-Romagna il calo arriva al 42%.
Prezzi su e consumi giù, il problema della frutta scartata
In ogni mercato, quando l’offerta diminuisce, i prezzi tendono a salire, soprattutto se non esiste una quantità sufficiente di prodotto alternativo in grado di compensare la riduzione della produzione nazionale. Nel caso delle pere, inoltre, il consumatore sta reagendo all’aumento dei costi riducendo gli acquisti.
Le analisi del monitor ortofrutta di Agroter mostrano che nei supermercati e negli ipermercati, tra il 2011 e il 2025:
- i volumi di pere venduti si sono dimezzati;
- il prezzo medio ha registrato un incremento di quasi 80 punti, con una forte accelerazione a partire dal 2020, proprio negli anni in cui la pericoltura italiana ha dovuto affrontare gli effetti della cimice asiatica e della maculatura bruna.
Il consumatore percepisce il prodotto come più costoso e, mentre l’Italia perde ettari coltivati e produttori, la frutta che riesce comunque a essere raccolta rischia di essere scartata. Con l’aumento dei listini, infatti, entra in gioco il fattore estetico.
Dimensioni, forma, colore e piccoli difetti della buccia possono determinare la destinazione commerciale di un frutto. Una pera perfettamente commestibile, ma leggermente fuori calibro o caratterizzata da un’imperfezione superficiale, può essere considerata meno adatta allo scaffale della grande distribuzione e finire nella trasformazione industriale oppure, nei casi peggiori, diventare spreco.
Se produrre una pera richiede acqua, energia, lavoro, fertilizzanti, trattamenti e investimenti pluriennali, scartarla perché non ha la forma o il calibro ideale significa disperdere una parte del valore creato lungo la filiera. Dal punto di vista economico è facile capire perché questa impostazione appare sempre più difficile da sostenere.