Siccità, 960 mila i posti di lavoro a rischio in Italia: quali spariranno

Quali sono i posti di lavoro a rischio a causa della siccità: con la crisi climatica cambiano anche le competenze richieste

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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La siccità non è più soltanto una questione ambientale, ma sta assumendo sempre più i contorni di un problema economico e occupazionale. La scarsità di acqua sta infatti avendo conseguenze negative su agricoltura, industria, edilizia e persino sulle attività legate alla gestione del territorio. Secondo gli esperti, con un aumento medio della temperatura di 2 gradi, il costo della crisi idrica per l’Italia potrebbe arrivare a 74 miliardi di euro, mentre i posti di lavoro a rischio potrebbero raggiungere quota 960 mila.

Perché con la siccità si rischiano di perdere 960 mila i posti di lavoro

Secondo lo studio Multi-year droughts and their compounding economic impacts in Europe, realizzato dai ricercatori della Fondazione centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) e del Politecnico di Milano, tenendo conto non soltanto dell’impatto immediato dei periodi di siccità, ma anche degli effetti economici che si accumulano nel tempo, quando cioè la scarsità d’acqua diventa strutturale, la crisi climatica può trasformarsi in una questione direttamente legata al mercato del lavoro.

L’acqua rappresenta infatti un input produttivo per numerosi comparti dell’economia. Pertanto, quando viene a mancare, la prima conseguenza è una riduzione della capacità produttiva che – se permanente – può generare un effetto domino. Meno acqua significa, per esempio, minori raccolti agricoli e maggiori costi per l’industria alimentare. L’aumento dei costi può comprimere i margini delle imprese e ridurre gli investimenti. Tutto questo, a sua volta, si traduce in una minore attività economica che, ovviamente, può avere conseguenze sull’occupazione. Meno entrate e profitti, infatti, quasi compartano una riduzione del personale.

È questo tipo di analisi che hanno fatto i ricercatori, i quali alla possibile perdita di 960 mila posti di lavoro ci sono arrivati facendo una stima e tenendo conto dell’insieme di attività economiche che potrebbero ridurre produzione, investimenti e occupazione se la disponibilità idrica diventasse insufficiente per periodi sempre più lunghi.

I settori più a rischio

Tra i comparti più esposti c’è l’agricoltura. Come è facile capire, la relazione tra acqua e produzione in questo settore è diretta. Di conseguenza, senza adeguate disponibilità idriche:

  • diminuiscono le rese;
  • aumenta il rischio di perdita dei raccolti e dell’aumento dei costi;
  • diventano più difficili le produzioni che richiedono irrigazione;
  • servono meno addetti ai lavori.

Tra i settori più a rischio ci sono poi anche edilizia e manifattura, dove l’acqua è utilizzata nei processi produttivi e nelle filiere di approvvigionamento. In particolare:

  • per la manifattura, una disponibilità idrica insufficiente può rendere più costosa la produzione e, nei casi più critici, costringere le imprese a ridurre o sospendere alcune attività;
  • per l’edilizia, invece, può essere colpita attraverso l’aumento dei costi e le difficoltà operative legate alle condizioni climatiche e alla disponibilità di risorse.

La siccità cambia anche le competenze richieste dal mercato del lavoro

Il problema idrico, inoltre, potrebbe modificare progressivamente la domanda di lavoro. Agricoltura, industria, edilizia e persino i servizi avranno bisogno di competenze legate all’adattamento climatico e alla gestione efficiente delle risorse in futuro. Far fronte al cambiamento climatico non può più essere un’azione straordinaria, ma mirata e strutturale.

In particolare, la transizione verso un’economia più resiliente potrebbe favorire professioni con competenze legate a:

  • gestione dell’acqua ed efficienza dei processi;
  • manutenzione delle infrastrutture;
  • ingegneria ambientale e progettazione di sistemi produttivi meno dipendenti dalle risorse naturali.

Il rischio, al contrario, riguarda le attività che non riusciranno ad adattarsi e che, per questo motivo, rischiano di scomparire, soprattutto in quei comparti in cui la trasformazione è già in atto e sta cambiando il modo di lavorare.