L’estate eccezionalmente torrida di quest’anno sta mettendo a dura prova l’intero comparto agroalimentare italiano, evidenziando le fragilità di un modello produttivo fortemente dipendente dalle condizioni climatiche. Una delle filiere che sta pagando i costi più alti è quella del Parmigiano Reggiano, un settore in cui la vita e la biologia degli animali sono strettamente piegate ai ritmi della rendita economica.
La prolungata scarsità di precipitazioni ha devastato la resa delle piantagioni destinate al foraggio. Questa carenza si traduce nella difficoltà di garantire agli animali confinati il sostentamento necessario a mantenere ritmi di secrezione lattea idonei agli standard industriali, prescritti per la produzione di uno dei formaggi più esportati al mondo.
Indice
Il crollo dei foraggi e lo stress biologico nelle stalle
Il caldo asfissiante colpisce in modo virulento la produzione dei foraggi freschi ed essiccati destinati all’alimentazione forzata delle bovine. Nella sola area del Parmigiano Reggiano, si stimano a rischio oltre 2,5 milioni di quintali di cibo, con i tagli del secondo e terzo sfalcio ridotti o del tutto compromessi. Le alte temperature bloccano la crescita dei prati e ne alterano la composizione nutrizionale, riducendo l’apporto proteico di una dieta già altamente calcolata per massimizzare la resa.
Di conseguenza, gli animali si trovano a dover affrontare un grave stress termico all’interno delle strutture di reclusione. Quando il termometro supera costantemente la soglia dei 30 gradi, le vacche, esattamente come qualsiasi altro essere vivente, riducono l’assunzione di cibo nel tentativo di sopravvivere, arrivando a bere fino a 140 litri d’acqua al giorno. Nel naturale tentativo di preservare il proprio organismo dall’esaurimento, il loro corpo rallenta alcuni processi metabolici non vitali: la produzione di latte, per la quale vengono allevate e sfruttate, subisce così un crollo compreso tra il 10% e il 20%.
Un conto da oltre 3 miliardi per l’intero settore agricolo
Il quadro critico rilevato negli allevamenti del Parmigiano Reggiano è solo un tassello di un contesto nazionale in cui i danni complessivi subiti dal settore primario a causa del clima estremo superano i 3 miliardi di euro, dimostrando l’insostenibilità di un sistema basato sullo sfruttamento intensivo della terra e degli individui.
I crolli produttivi colpiscono in modo generalizzato le principali colture estive:
- la produzione di mais e foraggere registra perdite medie comprese tra il 20% e il 30%;
- il raccolto del pomodoro da industria subisce un calo stimato intorno al 15%;
- le produzioni ortofrutticole, in particolare la frutta di stagione come pesche e albicocche, accusano bruciature e perdite di resa fino al 30%;
- il miele registra crolli fino al 50% a causa della scarsa fioritura e del progressivo prosciugamento delle risorse vitali per le api.
L’evapotraspirazione accelerata prosciuga le riserve idriche nei bacini, mentre i costi energetici per azionare i sistemi artificiali di irrigazione continua aumentano del 30%.
Le prospettive del settore di fronte ai limiti della produzione
Di fronte a uno scenario in cui le fasi meteorologiche estreme diventano la norma, l’industria zootecnica cerca affannosamente contromisure strutturali per mantenere inalterati i propri volumi d’affari. Nelle stalle si ricorre sempre più a investimenti per l’installazione di sistemi di ventilazione forzata, doccette nebulizzatrici e impianti di raffrescamento artificiale, intesi non tanto come atti di rispetto, quanto come requisiti minimi per evitare la morte del bestiame e preservarne la capacità produttiva.
Gestire in modo più efficiente le risorse idriche e la selezione di varietà colturali maggiormente resistenti alla siccità è ormai il minimo sindacale che si possa richiedere al Governo di qualunque Paese. Senza una revisione profonda del rapporto tra produzione, ambiente e uso degli esseri viventi come pure risorse merceologiche, la crisi climatica continuerà a mostrare il conto di un modello che ci sta consegnando il conto dei suoi limiti strutturali.