Caldo estremo, siccità, grandine e incendi stanno mettendo a dura prova l’agricoltura in Italia. Il conto pagato da chi opera in questo settore è sempre più alto, si parla di miliardi di euro di danni e di una situazione che potrebbe peggiorare ulteriormente qualora l’assenza di precipitazioni dovesse proseguire nelle prossime settimane.
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Caldo estremo, a quanto ammontano i danni per l’agricoltura
Secondo un’analisi di Coldiretti, pubblicata l’11 agosto 2026, la stima danni per gli agricoltori ha già superato i 3 miliardi di euro. La cifra comprende:
- le perdite derivanti dai raccolti compromessi;
- i maggiori costi per l’irrigazione;
- i consumi energetici più elevati;
- il calo di produzione combinato alla crescente pressione sui prezzi delle materie prime agricole.
Dalla coltivazione agli allevamenti, fino ad arrivare alla produzione e distribuzione, la crisi climatica ha di fatto coinvolto l’intera filiera, fino ad arrivare al consumatore. L’aumento generale dei costi, infatti, spesso si trasferisce sul prezzo di vendita dei prodotti, contribuendo ad aumentare il costo della vita e ad erodere il potere d’acquisto delle famiglie.
Dove la situazione è più critica
La situazione più delicata si concentra soprattutto nel Nord Italia, dove la scarsità d’acqua sta mettendo a rischio intere produzioni. In alcune aree il mais rischia addirittura di andare completamente perso, mentre per il riso si registrano previsioni di riduzione del raccolto che arrivano, in alcune zone, al 40%.
Il problema è particolarmente evidente nel bacino del Po. Qui la riduzione delle risorse idriche interessa produzioni molto importanti per l’industria alimentare e per la zootecnia, creando un effetto domino che anche in questo caso può ripercuotersi sui prezzi e sulla disponibilità di mangimi e materie prime.
In Piemonte il deficit di precipitazioni ha portato le riserve idriche a essere circa il 30% inferiori rispetto alla norma, mettendo sotto pressione:
- riso;
- mais;
- ortofrutta;
- noccioleti;
- prati e pascoli.
Ancora più critica è la situazione della Lombardia, dove la disponibilità di acqua si sarebbe ridotta fino alla metà. Le perdite per i produttori di mais e colture estive in alcune zone hanno raggiunto il 70%.
In Veneto ed Emilia-Romagna, anche se stanno intensificando il ricorso all’irrigazione per cercare di proteggere le produzioni, restano sotto osservazione:
- pomodoro;
- soia;
- barbabietola;
- foraggi.
Le temperature elevate sono diventate un problema anche nel Centro Italia. Nel Lazio, in particolare, il caldo prolungato sta colpendo:
- ortofrutta;
- foraggi;
- mais.
Per alcune produzioni ortofrutticole i cali delle rese arrivano al 20%, mentre per i foraggi le perdite vengono stimate tra il 20% e il 30%.
Infine al Sud e nelle Isole, per via dello stress idrico, si teme una riduzione delle reso soprattutto di ortaggi e pomodoro, con il rischio di una riduzione delle rese. Anche in questo caso il problema non è soltanto agricolo: il pomodoro rappresenta una materia prima fondamentale per numerose filiere dell’industria alimentare italiana.
Laghi e Po ai minimi: l’acqua è ormai una questione economica
La crisi idrica ha colpito ovviamente anche i grandi laghi italiani. Secondo Coldiretti, che ha analizzato i dati di Laghi.net:
- il riempimento del lago di Como è intorno al 7% del volume teorico;
- quello del lago Maggiore si ferma addirittura al 3%;
- il lago di Iseo è all’11%, mentre il lago di Garda raggiunge il 46%.
Particolarmente pesante è anche la situazione del Po:
- a Pontelagoscuro il livello si trova a 6,90 metri sotto lo zero idrometrico;
- a Cremona arriva a 8,50 metri.
Chi paga il prezzo più alto?
Gli agricoltori sono i primi a subire direttamente la perdita delle produzioni e contemporaneamente l’aumento dei costi necessari per salvare ciò che può essere salvato. Tuttavia, il prezzo rischia di essere pagato dall’intera filiera agroalimentare. Se una materia prima agricola diventa più scarsa, il suo prezzo tende a crescere, e questo:
- per l’industria significa sostenere costi maggiori di approvvigionamento;
- per la distribuzione significa affrontare una maggiore volatilità;
- per il consumatore può tradursi tutto in prodotti alimentari più costosi.
Il rischio è quindi quello di una spirale, dove meno acqua e meno raccolti riducono i margini di profitto di chi vende e aumentano costi e prezzi di chi compra.