Fuga dei laureati dall’Italia, saldo negativo di 21mila talenti in un anno

Fuga dei laureati e nuovi dati Istat 2026: l'Italia perde migliaia di giovani talenti in un anno, ma calano i Neet

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Sono migliaia i giovani altamente qualificati che scelgono ogni anno di lasciare l’Italia per costruire altrove il proprio futuro professionale. Secondo l’ultimo report Istat pubblicato a maggio 2026, il nostro continua a essere uno dei Paesi europei con meno laureati tra i giovani adulti e non riesce a trattenere i talenti. I dati mostrano infatti che il saldo migratorio dei giovani laureati continua a essere fortemente negativo.

Quanti laureati hanno lasciato l’Italia per andare a lavorare all’estero

Dai flussi analizzati nel 2024, gli espatri di italiani tra i 25 e i 34 anni con almeno una laurea hanno raggiunto quota 25mila, mentre i rimpatri si sono fermati a poco più di 4mila unità. Il risultato è una perdita netta di quasi 21mila giovani altamente istruiti in un solo anno.

L’emigrazione qualificata riguarda inoltre anche i profili più avanzati. Nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavorava già all’estero. Le motivazioni indicate dagli stessi ricercatori sono molto chiare:

  • l’81,7% cerca opportunità professionali più adeguate alle proprie competenze;
  • il 73,7% punta a retribuzioni migliori.

Si tratta di un fenomeno che va ben oltre la semplice mobilità internazionale. Quando a partire sono persone formate nelle università italiane, spesso dopo anni di investimenti pubblici e familiari, il Paese perde competenze, innovazione e capacità produttiva.

Dietro questi numeri emerge una difficoltà cronica del sistema italiano nel valorizzare il capitale umano qualificato. Salari spesso più bassi rispetto ad altri Paesi europei, precarietà lavorativa, limitate prospettive di carriera e investimenti insufficienti in ricerca e innovazione continuano a spingere molti giovani a costruire il proprio percorso professionale fuori dai confini nazionali.

Il rischio economico della perdita di capitale umano

In un contesto caratterizzato da invecchiamento demografico e calo della popolazione attiva, perdere decine di migliaia di giovani altamente formati significa ridurre ulteriormente la capacità del sistema produttivo italiano di crescere e competere.

Il tema assume particolare rilevanza nei settori ad alta specializzazione, come ricerca scientifica, digitale, ingegneria, sanità e nuove tecnologie, dove la domanda di personale qualificato è sempre più elevata a livello internazionale.

Molti Paesi europei stanno infatti investendo nell’attrazione di talenti, offrendo stipendi più competitivi, percorsi di carriera più rapidi e sistemi universitari maggiormente integrati con il mondo del lavoro. L’Italia rischia così di finanziare la formazione di giovani professionisti che poi contribuiscono alla crescita di altre economie.

Non solo criticità: migliorano Neet e abbandoni scolastici

Eppure, nel quadro delineato dall’Istat, emergono comunque segnali positivi sul fronte dell’istruzione e dell’inclusione giovanile. L’Italia ha infatti raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030 relativo agli abbandoni scolastici precoci. Nel 2025 il tasso si è fermato all’8,2%, sotto la media europea del 9,1%.

Si tratta di un miglioramento significativo se confrontato con il 2005, quando il divario rispetto all’Europa era molto più ampio. Questo risultato indica che negli ultimi anni il sistema scolastico è riuscito almeno in parte a contenere il fenomeno della dispersione scolastica.

Anche il numero dei cosiddetti Neet (giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione) mostra un netto miglioramento. Nel 2025 il fenomeno ha riguardato il 13,3% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni, quasi la metà rispetto al 25,7% registrato nel 2015.

Resta però un elemento di forte preoccupazione legato alla qualità degli apprendimenti. Secondo il rapporto, il 36% degli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori presenta competenze insufficienti in italiano e matematica. Le fragilità risultano più marcate tra i ragazzi, negli studenti con background migratorio e nei giovani provenienti da contesti socioeconomici più difficili.

I dati raccontano dunque un’Italia che migliora lentamente su alcuni indicatori educativi ma continua a scontare ritardi strutturali profondi. Il problema non è soltanto aumentare il numero dei laureati, ma creare condizioni capaci di valorizzarli.