Lavoro, il 67% dei laureati rifiuta stipendi sotto i 1.500 euro e il motivo è l’inflazione

Occupazione record tra i laureati, ma due su tre rifiutano stipendi sotto i 1.500 euro. Pesa l'effetto inflazione, come cambia il lavoro

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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L’occupazione cresce, così come il livello delle aspettative. È questa la fotografia che emerge dal Rapporto AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali dei laureati italiani. Se da una parte il tasso di occupazione continua a migliorare e raggiunge livelli record, dall’altra cresce la disponibilità a non accettare retribuzioni considerate insufficienti.

Secondo l’indagine, il 66,9% dei laureandi oggi rifiuterebbe un’offerta di lavoro a tempo pieno con una retribuzione netta inferiore a 1.500 euro al mese. Dieci anni fa la situazione era diametralmente opposta: nel 2016 la quota era appena del 24,4%. La vera chiave di lettura è l’inflazione.

Come ha influito l’inflazione

Tra il 2021 e il 2024 l’Italia, come nel resto d’Europa, ha attraversato una fase di forte crescita dei prezzi. Energia, carburanti, alimentari, affitti e servizi hanno registrato aumenti che hanno eroso il potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori. In altre parole, con la stessa cifra oggi si compra molto meno rispetto a pochi anni fa.

Il rapporto AlmaLaurea sottolinea come le retribuzioni reali abbiano risentito proprio di questa dinamica: nonostante il mercato del lavoro stia migliorando, “i livelli di inflazione ancora sostenuti” hanno contribuito a comprimere il valore effettivo degli stipendi, soprattutto per chi entra nel mondo del lavoro.

In questo contesto, 1.500 euro netti non sono più la soglia psicologica che potevano rappresentare nel 2016. Se dieci anni fa quella cifra garantiva una discreta autonomia economica, oggi in molte città italiane consente appena di coprire le spese essenziali. Affitto, trasporti, utenze e alimentazione assorbono una quota crescente del reddito disponibile, riducendo drasticamente la capacità di risparmio.

C’è meno disponibilità ad accettare un lavoro

Il cambiamento emerge anche da un altro indicatore. Nel 2021 oltre la metà dei neolaureati disoccupati era disponibile ad accettare una retribuzione inferiore a 1.250 euro netti al mese. Nel 2025 questa quota è crollata al 27,5% tra i laureati triennali e al 23,1% tra quelli magistrali.

Parallelamente diminuisce la disponibilità ad accettare lavori non coerenti con il proprio percorso di studi. Secondo AlmaLaurea, la quota di giovani che, alla vigilia della laurea, si dichiarava disponibile ad accettare un impiego non in linea con la formazione ricevuta è scesa dall’87,2% del 2016 al 76,4% del 2025.

Le differenze tra Nord e Sud

Il rapporto non misura direttamente dove si concentrino i rifiuti delle offerte sotto i 1.500 euro, ma alcuni dati consentono di formulare un’interpretazione plausibile.

Le opportunità occupazionali risultano significativamente più elevate nelle regioni settentrionali. A parità di condizioni, un laureato residente al Nord ha il 34,8% di probabilità in più di essere occupato rispetto a un residente nel Mezzogiorno; il vantaggio sale al 55,9% se si considera la sede dell’ateneo frequentato.

Il Nord è anche l’area dove il costo della vita è più elevato. Milano rappresenta il caso emblematico: affitti, trasporti e servizi hanno raggiunto livelli che rendono molto difficile vivere autonomamente con uno stipendio inferiore a 1.500 euro netti. Lo stesso discorso vale, seppur con intensità diverse, per Bologna, Verona, Padova e molte altre città universitarie e produttive.

A rafforzare questa lettura ci sono anche i differenziali retributivi territoriali evidenziati da AlmaLaurea. Chi lavora nelle regioni del Nord percepisce in media 68 euro netti al mese in più rispetto a un laureato che lavora nel Mezzogiorno, mentre per chi lavora nel Centro è pari a circa 50 euro. Il divario diventa ancora più marcato per quanti scelgono una carriera all’estero, dove le retribuzioni superano mediamente di 673 euro netti mensili quelle percepite nel Sud Italia.