Lorenzo Caggioni racconta Diva: quando la tecnologia crea inclusività

Dall'amore di un ingegnere Google per suo fratello, nasce Diva: un "assistente vocale" per chi non può parlare. Lo abbiamo intervistato per approfondire questo progetto.

“Per raccontare una storia così personale, uno dev’essere convinto che sia una cosa bella”, ci racconta al telefono Lorenzo Caggioni, con la passione e la convinzione che contraddistingue chi è riuscito a creare un ponte tra il proprio lavoro e la propria vita. La “cosa bella” di cui parla Lorenzo, ingegnere italiano che lavora a Google, risponde al nome di Diva, acronimo di DiVersely Assisted. Diva, è una “scatoletta tecnologica” in grado di attivare un assistente vocale – come ad esempio Google Assistant – ogni volta che viene premuto l’apposito pulsante relativo ad un determinato stimolo.

Lorenzo ha iniziato a concepire questo progetto pensando a suo fratello Giovanni, un ragazzo di 21 anni affetto da sindrome di Down, da una cataratta congenita – che lo rende quasi cieco – e impossibilitato a comunicare a voce. Problemi – questi – che non hanno impedito a Giovanni di sviluppare uno straordinario amore per la musica e il cinema, contemporaneamente ad una voglia di normalità e inclusività. Unendo tutti questi elementi, Lorenzo ha pensato a come poter andare incontro a questo desiderio di suo fratello e, grazie alla professionalità sua e dei suoi colleghi di Google Italia, ha creato il prototipo di Diva.

E proprio Diva è stata una delle novità più attese presentate in occasione della Google I/O, la conferenza annuale del colosso di Mountain View, dedicata agli sviluppatori e tenutasi pochi giorni fa a San Francisco. Una bellissima storia che unisce professionalità e impresa a temi legati all’accessibilità di tecnologie che sono ormai entrate nella vita quotidiana di tutti noi e che ci ha spinto ad approfondire questo progetto proprio insieme a Lorenzo Caggioni, con il quale abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

Diva nasce da un’idea, ma soprattutto dall’amore di un fratello. Ti va di raccontarci la storia di questo progetto?

Il progetto nasce –  come hai appena detto – dal desiderio di voler aiutare mio fratello Giovanni, che è nato nel ’97 affetto dalla sindrome di Down. All’età di 1 anno, Lorenzo ha avuto un’altra sindrome che si chiama sindrome di West, da cui ora è guarito. Questa seconda malattia ha però peggiorato ulteriormente la situazione degli occhi – infatti adesso è quasi totalmente cieco – e la stessa ha fermato ulteriormente l’aspetto cognitivo e la possibilità di parlare. Giovanni è un po’ il fratello che ha completato la famiglia: in tutto siamo in sei figli, cinque maschi e una femmina. I miei genitori hanno sempre dato “pari opportunità” a tutti noi, compreso Giovanni e anche io ho finito per interiorizzare questo valore. Da lì ho iniziato a capire l’importanza del fatto che Giovanni potesse avere accesso agli strumenti e ai device a cui tutti i suoi amici e il resto dei fratelli avevano accesso. Con dentro questo seme, ho iniziato ad aiutare personalmente Giovanni ad alimentare la sua autonomia nell’ascoltare musica, creando dei device con cui potesse essere autonomo. Però non si trattava dello stesso modo e degli stessi servizi attraverso cui i suoi amici ascoltavano la musica e guardavano film. Raccontando questo desiderio ai miei colleghi, nello stesso periodo in cui iniziava a diffondersi il Google Assistant e il Google Home, abbiamo pensato di lavorare su un progetto che sfruttasse questa tecnologia.

Come funziona Diva a livello tecnologico?

Come dicevamo poco fa, esiste un bellissimo framework che facilita l’accesso alla musica, ai film, alla domotica e via dicendo, però richiede la voce. Abbiamo quindi pensato a come si potesse impartire un comando al Google Assistant in forma non verbale. Inizialmente abbiamo creato un prototipo che registrava dei file audio e li riproponeva inviandoli al Google Assistant. A quel punto ho ritenuto che la cosa migliore fosse quella di non reinventare gli ausili per persone disabili, dal momento che ve n’erano già parecchi sul mercato, ma mi sono limitato semplicemente ad osservarli, notando che possedevano tutti un jack 3.5 come output, esattamente lo stesso delle cuffie che tutti utilizziamo. Unendo quindi questi due ecosistemi, abbiamo cercato di costruire un piccolo device che mettesse in comunicazione i due mondi. Più nello specifico, questo device associa un identificativo univoco ad ogni bottone, a cui a sua volta è associato un comando che verrà inoltrato al Google Assistant ogni volta che viene premuto un bottone. Per ora abbiamo utilizzato il bottone, in futuro si potrebbe iniziare ad utilizzare anche degli oggetti fisici per impartire questi comandi. La tecnica è di lavorare attraverso dei tag RFID: in questo modo posso prendere degli oggetti ed associarli a dei comandi.

Il mercato degli assistenti vocali sta crescendo a dismisura: nel 2018 sono entrati in 16 milioni di case europee e si prevede che entro il 2023 saranno 48 milioni le abitazioni dotati di questa tecnologia. A tuo parere, quanto gli smart speaker diventeranno determinanti per la vita di tutti noi?

Lo stanno diventando giorno dopo giorno per diversi fattori. Uno è quello che hai appena detto tu: si tratta del device che sta crescendo maggiormente ed è sempre più presente nelle case degli utenti. Io lo sto iniziando ad utilizzarlo ed è bello che anche mio fratello possa utilizzare la stessa tecnologia, ribadendo il concetto di inclusività. Inoltre gli assistenti vocali stanno semplificando all’osso l’interazione con dei servizi. Creare quindi un’interfaccia alternativa alla voce o alla scrittura, semplifica tutto ulteriormente. Per fare un esempio concreto, l’altro giorno i miei figli erano a casa dei miei genitori e stavano guardando alla televisione dei cartoni che non piacevano a Giovanni. Quindi lui si è alzato, ha schiacciato il suo bottone e – dal momento che utilizza gli stessi device su cui stavano guardando la tv anche i miei figli – ha cambiato improvvisamente canale e messo il suo cartone. E questa è la stessa modalità con cui si fanno i dispetti i miei figli: chi prende il telecomando vince, è sempre stato così anche quando ero piccolo io. Utilizzare gli stessi strumenti che usa il resto della famiglia è importante per questo, permette di “giocare alla pari”.

Al progetto Diva non hai lavorato da solo, ma con un team di colleghi. In che modo gli hai raccontato e trasmesso l’idea che avevi in testa?

Google permette ai dipendenti di investire parte del proprio  tempo, fino ad un 20%,  in progetti personali. Sono diversi anni che lavoro all’interno di Google e quindi con molti dei colleghi è nato un rapporto ed è stato naturale raccontargli questo desiderio.  La sensibilità su questi temi all’interno dell’azienda è – per fortuna – molto alta e per molti dei colleghi è stato naturale tentare di aiutarmi, ognuno a modo suo. E così, da un’idea astratta il progetto ha assunto via via una struttura; abbiamo quindi partecipato ad un contest interno sui temi legati all’accessibilità e siamo riusciti a vincerlo. Da quel momento abbiamo iniziato ad avere supporto e attenzione anche dagli Stati Uniti.

A questo proposito, sei appena tornato da San Francisco, dove hai presentato il tuo progetto al Google I/O: che accoglienza ha avuto Diva in California?

E’ stato accolto davvero molto bene, anche perché era uno dei pochi progetti nato ed evoluto al di fuori degli Stati Uniti. Quello che mi ha colpito è che Google ha investito un sacco sull’accessibilità, lo stand dei progetti legati a questi temi era enorme e vicino all’entrata principale. Inoltre abbiamo avuto l’onore di poterlo presentare direttamente al nostro Amministratore Delegato Sundar Pichai, che si è rivelato molto incuriosito dal nostro progetto.

Che feedback ti ha dato Sundar?

Il feedback è stato molto positivo: era contento che ci fosse l’ennesimo – in senso positivo – esempio in cui un po’ di creatività e tecnologia possono far tanto per una persona con disabilità e quindi ci ha spinti a continuare e ad investire in questo progetto.

Un tema sicuramente ampio riguarda quelle che potrebbero essere le destinazioni di mercato di Diva. Per il momento è solo un progetto, ma un domani potrebbe anche essere messo in commercio? 

Il progetto Diva per ora è ancora in fase di studio ed essendo un tema complesso, abbiamo preferito condividerlo prima per capire quali siano i migliori step successivi. Una serie di team in California stanno identificando quale sia il modo migliore per poter aiutare in concreto molte altre persone oltre a Giovanni grazie a Diva.

Immagino che sia anche una tecnologia che una volta immessa sul mercato necessiti di una continua ricerca.

Una continua ricerca,  supporto, una rete capillare nella distribuzione: per questo stiamo vagliando quale sia la modalità migliore per immetterla sul mercato.

Si tratta di una tecnologia costosa?

Quella che abbiamo creato noi dovrebbe essere abbastanza economica, perché da un punto di vista tecnologico prende un segnale d’ingresso e lo trasforma in un segnale Bluetooth. E’ tuttavia ancora un po’ prematuro riuscire a capire quale possa essere il costo. Il vantaggio è quello di utilizzare degli ecosistemi già presenti, da una parte gli ausili per disabili e dall’altra il Google Home, così da abbassare anche i costi.

Tu hai lavorato a questa soluzione –  ovviamente – per aiutare tuo fratello e di conseguenza tutte le persone che non possono parlare o che hanno una mobilità limitata. Hai mai pensato se questa tecnologia potrebbe in qualche modo essere utile anche ai normodotati?

Secondo me c’è grande spazio anche pensando al mio stesso utilizzo: ci sono tanti scenari in cui vorrei interagire con il Google Assistant senza usare la voce. Torno a casa: schiaccio il bottone e mi accende le luci, mi tira su le tapparelle, oppure esco di casa e mi spegne le luci, mi tira giù le tapparelle, senza dover neanche parlare. Oppure schiaccio il bottone mentre cucino e mi fa partire la musica. Esistono molti scenari che vedo utili anche nella mia quotidianità, quindi spero vi siano anche altri utilizzi e sviluppi.

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