Dopo le elezioni in Francia e in Europa, l’Ue in crisi potrebbe implodere?

A un mese dalle elezioni europee, il destino economico ed ecologico dell'Unione europea è in bilico. Cosa aspettarsi e cosa dovrà fare l'Ue

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Miriam Carraretto

Giornalista politico-economica

Esperienza ventennale come caporedattrice e giornalista, sia carta che web. Specializzata in politica, economia, società, green e scenari internazionali.

Nel giorno del ribaltone elettorale in Francia e a un mese dal voto Ue, dall’esito chiaro, il destino economico ed ecologico del Vecchio Continente è in bilico. Le sfide economiche, dalla gestione del debito pubblico al finanziamento della transizione energetica, pongono questioni fondamentali per il futuro della zona euro.

La Francia al voto nel secondo turno delle legislative ha ribaltato gli esiti del primo turno, e queste elezioni sono finite nelle mani dell’alleanza di sinistra che appena due settimane fa sembrava spacciata. La deriva nazionalista e xenofoba del Front National di Marine Le Pen è stata messa da parte, ma verrebbe da chiedersi per quanto.

A Bruxelles, con uno schieramento scettico sul cambiamento climatico e la crescente riluttanza dei partiti maggioritari verso il Green Deal, il percorso dell’Europa verso la sostenibilità e la competitività globale è più che mai incerto. A un mese dalle elezioni europee, questi temi decisivi non solo determinano l’orientamento politico, ma influenzano profondamente la stabilità e la crescita economica dell’Europa, e sempre di più lo faranno nei prossimi anni.

Come farà questo rinnovato sistema europeo ad affrontare le nuove problematiche ecologiche dell’Ue? L’Europa riuscirà a salvarsi, o con questo nuovo corso decisamente virante a destra si rischiano di perdere anni di politiche green e di invertire persino la rotta in senso anti-ambientalista?

Quale futuro per la transizione green dell’Europa

“L’esito delle elezioni europee gioca un ruolo cruciale nel futuro della transizione ecologica e dell’economia del continente” spiega a QuiFinanza Nicolas Béfort, docente e ricercatore esperto in Ecologia e Direttore della Cattedra di Bioeconomia e Sviluppo Sostenibile presso la prestigiosa NEOMA Business School di Parigi.

“L’Europa, già in ritardo rispetto agli Stati Uniti in termini di innovazione ecologica, deve necessariamente intensificare i suoi sforzi per rimanere competitiva. La composizione del Parlamento influenza non solo le regole della concorrenza e le norme ecologiche, ma anche la capacità dell’Europa di raggiungere un’autonomia strategica di fronte alle sfide globali, come la guerra in Ucraina e l’instabilità globale”.

Le ultime elezioni, insomma, non determinano solo l’orientamento politico, ma innescano anche profonde ripercussioni sulla competitività economica e sulla sostenibilità dell’Europa a 27. Tanto più che Ursula von der Leyen di fatto si trova costretta, oggi, a negoziare: tra gli altri, anche con Giorgia Meloni. La numero uno della Commissione europea sarebbe infatti pronta ad offrire Bilancio o Concorrenza alla leader di Fratelli d’Italia, e potrebbe persino spuntare un super commissario per i riequilibrare i poteri.

Tornando alle priorità dell’Europa, “nonostante un progresso con il Green Deal, l’Europa accusa un crescente ritardo rispetto ad altre regioni del mondo. Bruxelles si trova oggi di fronte alla sfida di riuscire a far evolvere le sue politiche di transizione green verso una maggiore integrazione. Una parte dell’estrema destra europea ha adottato una linea climato-scettica e una parte crescente dei partiti maggioritari in Parlamento rivendica una pausa nel Green Deal e un ritorno a una politica di controllo delle spese pubbliche“.

Allo stesso modo – prosegue Béfort – la questione delle regole di concorrenza e delle normative in materia ecologica sarà centrale negli anni a venire. La guerra in Ucraina e l’instabilità mondiale crescente rafforzano la necessità di un’autonomia strategica europea. Da questo punto di vista, la transizione ecologica potrebbe agire come leva”. Ma potrebbero davvero essere dannosi gli effetti di questa virata a destra in seno a Bruxelles, che tanto piace alla premier italiana Giorgia Meloni (che a sua volta continua ad essere apprezzata dagli italiani, secondo gli ultimi sondaggi).

La bioeconomia salverà la crescita dell’Ue?

Béfort è un esperto di bioeconomia, branca dell’economia oggi attraversata da una tensione riguardo alla sua funzione: essere o una leva di transizione attraverso la trasformazione profonda dei modi di produzione grazie all’uso di risorse rinnovabili, oppure un vettore di crescita, possibilmente verde, a modi di produzione immutati.

“Dobbiamo capire come considerare la bioeconomia, se come mezzo per organizzare la transizione verso modalità di produzione più sostenibili grazie a un rinnovato rapporto con i territori, nuovi rapporti con lo sfruttamento della natura e la formazione di nuove basi di conoscenza sotto vincoli di sostenibilità; o anche altro. Le nostre società si trovano di fronte a una scelta tra: una semplice sostituzione delle materie prime nei nostri attuali modi di produzione e l’avvio di una trasformazione radicale del modo in cui i nostri modi di produzione sono organizzati, supportata da una transizione ecologica ed energetica. Anche in questo la politica europea gioca un ruolo essenziale”.

Gli scenari economici: quale stabilità

“Le questioni economiche sono senza dubbio numerose e complesse” aggiunge Nathalie Janson, docente e ricercatrice esperta in Economia sempre presso la NOEMA Business School. La transizione energetica e il suo finanziamento sono una delle questioni centrali, soprattutto di fronte al livello elevato del debito pubblico in Paesi come la Francia e l’Italia.

Per il quadro finanziario pluriennale (QFP) 2021-2027, l’Ue spenderà significativamente di più rispetto al precedente periodo di programmazione 2014-2020. Nel corso di questo periodo, Bruxelles potrà spendere 1.800 miliardi di euro, di cui un massimo di 750 miliardi di euro a titolo dello strumento per la ripresa, cioè la “NextGenerationEU” in risposta alla crisi post Covid, che si aggiungono all’importo del quadro finanziario pluriennale riveduto, pari a 1.100 miliardi di euro. I 27 Stati membri hanno inoltre convenuto di finanziare in parte questo programma per la ripresa mediante l’emissione di debito pubblico. Queste decisioni segnano una vera e propria svolta storica per le finanze dell’Unione.

La domanda che serve porsi, ora, chiarisce a QuiFinanza Janson, è se l’Unione europea dovrà emettere obbligazioni europee per sostenere questi investimenti indispensabili.

“Le prospettive di crescita economica per il 2024 sono deboli, principalmente a causa di problemi di produttività che pesano sul futuro e sugli aumenti salariali. La gestione del debito pubblico è una questione cruciale per la dinamica futura della zona euro. Una gestione efficace di questo debito influenzerà fortemente la stabilità economica dell’Unione”.

Inoltre, conclude, “il ruolo dell’Unione nella produzione di regolamenti è spesso criticato perché ostacolerebbe lo sviluppo delle imprese. Un mercato dei capitali insufficientemente integrato rende invece il finanziamento delle imprese più difficile, aggiungendo un altro livello di complessità da superare”.