Donald Trump arriva in Cina, a Pechino, accompagnato da ministri, uomini della sicurezza nazionale e alcuni dei più potenti ceo americani.
Accanto al presidente degli Stati Uniti ci sono Marco Rubio, Scott Bessent, Pete Hegseth, Jamieson Greer, Elon Musk, Jensen Huang di Nvidia e Tim Cook di Apple. Non solo politica, dunque, ma anche e soprattutto affari alla base della visita di Trump in Cina.
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La visita di Trump in Cina
Dopo le crescenti tensioni, il vertice Trump-Xi Jinping riguarda sì i dazi ma anche tecnologia, sicurezza globale, Taiwan, Iran, intelligenza artificiale, terre rare e il rapporto tra Pechino e Mosca.
Xi Jinping ha accolto Trump alla Grande sala del popolo con toni concilianti: “Gli Stati Uniti e la Cina dovrebbero essere partner, non rivali“, ha detto il presidente cinese. Ma subito dopo ha inserito anche un avvertimento su Taiwan, spiegando che una gestione sbagliata della questione potrebbe portare “scontri e persino conflitti”.
Il leader cinese ha evocato anche la cosiddetta “trappola di Tucidide”, il concetto secondo cui una potenza emergente e una potenza dominante finiscono spesso per scontrarsi. Pechino vuole evitare una rottura definitiva con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo pretende il riconoscimento del proprio peso nel mondo.
Rispetto alla visita di Trump in Cina del 2017, alcune cose sono cambiate: allora Xi Jinping, per il quale la forma è sostanza, riservò all’omologo un trattamento con tutti gli onori, con tanto di tour esclusivo della Città Proibita, spettacolo dell’Opera di Pechino e cena privata con rispettive consorti. Nel 2026 la situazione è cambiata: la Cina è più sicura di sé ma soprattutto non perdona all’America l’aggressività sui dazi e su altri dossier di fuoco.
Perché Trump è andato in Cina
La missione americana ha almeno sei obiettivi.
Il primo è economico. Trump vuole consolidare la tregua commerciale raggiunta negli ultimi mesi ed evitare che la guerra dei dazi degeneri di nuovo. Gli Stati Uniti chiedono più aperture per le aziende americane, soprattutto nel settore tecnologico, finanziario e industriale.
Il secondo obiettivo riguarda i semiconduttori e l’intelligenza artificiale. La presenza di Jensen Huang, ceo di Nvidia, non è casuale. Washington e Pechino stanno combattendo una competizione feroce sui chip avanzati, cuore della nuova economia dell’AI. La Cina ha bisogno di tecnologie sofisticate, mentre gli Stati Uniti cercano di impedire che Pechino riduca il vantaggio americano.
Il terzo punto riguarda le terre rare. La Cina controlla gran parte della filiera mondiale di materiali indispensabili per auto elettriche, difesa, elettronica e industria militare. Trump vuole evitare che Pechino utilizzi queste risorse come arma geopolitica.
Quarto, la guerra in Iran. La crisi in Medio Oriente e la crisi dello Stretto di Hormuz minacciano commercio globale, petrolio e catene logistiche. Trump sostiene di non avere bisogno dell’aiuto cinese per gestire il dossier Iran. Ma Washington sa che Pechino e Teheran sono partner di vecchia data.
Quinto, il grande tema geopolitico: staccare, almeno in parte, la Russia dall’influenza cinese. Gli Stati Uniti temono che il rafforzamento dell’asse tra Xi Jinping e Vladimir Putin porti alla nascita di un blocco alternativo all’Occidente.
Sesto: Taiwan. La Cina considera l’isola parte integrante del proprio territorio e guarda con ostilità alle forniture militari americane a Taipei. Gli Stati Uniti invece continuano a sostenere Taiwan sul piano della sicurezza per contenere l’espansione cinese nel Pacifico.
La strategia di Trump e quella di Xi Jinping
Per mesi, Trump ha preso a schiaffi il mondo in generale e la Cina in particolare per fare l’America “great again”: prima con i dazi, poi con le minacce alla Cina in caso di intervento a Taiwan, poi con il tentativo di far chiudere la guerra in Ucraina per alleggerire l’asse Mosca-Pechino, poi con il sabotaggio degli interessi cinesi nel mondo, dal Venezuela all’Africa.
Mentre Trump minacciava e bombardava, Xi Jinping proseguiva sulla strada scelta ormai da anni: infiltrazione nel campo degli avversari e crescita silenziosa fino a soffocarli dall’interno. Mentre i tempi di Trump sono limitati, dal momento che la democrazia gli impone di conquistare risultati immediati in vista di elezioni periodiche, i tempi della Cina sono enormemente dilatati. La Cina è una potenza dalla storia millenaria e la sua prospettiva è l’eternità, per questo Xi Jinping, che non deve confrontarsi con divisioni interne ed elezioni e che è convinto di vincere sul lungo periodo contro un Occidente decadente, adotta la strategia del glicine cinese: avvolgere e stritolare progressivamente. Senza fretta.