BTP in tensione, Spread in aumento: la crisi in Iran cancella l’effetto S&P

Lo Spread BTP-Bund si è attestato a 79 punti base, in linea con la risalita dei rendimenti dei titoli di Stato a livello globale, mentre il rendimento del governativo decennale italiano si è portato al 3,96%

Foto di QuiFinanza

QuiFinanza

Redazione

QuiFinanza, il canale verticale di Italiaonline dedicato al mondo dell’economia e della finanza: il sito di riferimento e di approfondimento per risparmiatori, professionisti e PMI.

Pubblicato:

Chiedi a QuiFinanza

La settimana si aperta con un leggero aumento dello Spread e con rendimenti dei BTP in progressivo aumento, scontando la crisi internazionale, che ha investito in pieno il mercato obbligazionario, neutralizzando anche la conferma del rating dell’Italia da parte di S&P.

Rendimenti obbligazionario in tensione

A livello globale, i rendimenti dei titoli sovrani sono in tensione – dagli USA all’Estremo oriente – scontando l’aumento dell’inflazione in risposta alle tensioni sui prezzi dell’energia.

Non fa eccezione il mercato italiano, dove lo Spread BTP-Bund si è attestato a 79 punti base, rispetto ai 77 punti della chiusura dello scorso venerdì, quando il differenziale con il titolo tedesco era già aumentato i 4 punti rispetto alla seduta precedente. Il rendimento del governativo decennale italiano si è portato al 3,96%, contro il 3,93% della chiusura di venerdì, a fronte di un rendimento del Bund tedesco di pari scadenza al 3,17%.

L’effetto della crisi in Medioriente, che alimenta i rischi legati all’impennata dell’inflazione, ha neutralizzato anche l’effetto positivo della conferma del rating da parte di S&P, che ha reiterato il “BBB+” e l’outlook “positivo” già forniti nella revisione del 30 gennaio 2026.

Standard and Poor’s ha confermato venerdì rating e prospettive dell’Italia, in linea con la precedente valutazione di gennaio. Nessuno scossone per spread e BTP.

Confermato l’aggiornamento di inizio anno

Nessuna modifica al rating del debito pubblico italiano da parte di S&P, che ha confermato il ‘BBB+’ e l’outlook ‘positivo’ già forniti nella revisione del 30 gennaio 2026.

Lo scorso gennaio, infatti, S&P aveva mantenuto invariato il merito di credito a ‘BBB+’, migliorando però l’outlook a ‘positivo’ da ‘stabile’ e premiando la “resilienza fiscale” e la prospettiva di riduzione graduale dell’indebitamento netto, con la stima di un lento trend di calo del debito pubblico nel 2028. Un miglioramento, quindi, rispetto alla revisione precedente, di ottobre 2025, quando S&P confermava lo status quo, dopo l’upgrade di qualche mese prima, ad aprile 2025, quando l’agenzia aveva promosso l’Italia di Meloni, alzando il rating da ‘BBB’ a ‘BBB+’, con outlook ‘stabile’.

L’agenzia continua a scommettere su un possibile ridimensionamento del debito pubblico dal 2028, a dispetto delle fragilità strutturali, e conferma fiducia sulla capacità del governo di mantenere una linea di bilancio credibile, pur in un contesto internazionale instabile.

Conti pubblici sotto la lente

La conferma di S&P è giunta in un momento in cui i conti pubblici sono al centro dell’attenzione. L’obiettivo prioritario dichiarato dell’esecutivo resta quello di sostenere famiglie e imprese nell’affrontare i rincari energetici innescati dal conflitto in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz.

Sul tema è intervenuto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, sostenendo la necessità che non ci siano solo interventi tampone sulle accise. “Non escludo una manovra correttiva”, aveva poi aggiunto in una giornata in cui lo spread era tornato a salire. Ma fonti governative avevano poi smentito le parole del vicepremier sulla possibilità di una manovra correttiva.

L’esecutivo con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sta lavorando con le istituzioni europee per estendere la clausola di flessibilità prevista per le spese di difesa anche alle spese energetiche, facendo leva su meccanismi già previsti dalle regole comunitarie per situazioni eccezionali, che consentono sforamenti di deficit. La conferma è arrivata anche dalla lettera inviata dalla Premier Giorgia Meloni alla Presidente della Ue Ursula von der Leyen, in cui giustifica la richiesta con la difficoltà di spiegare all’opinione pubblica il perchè la crisi energetica non venga affrontata come fatto per il modello SAFE, che esclude dal computo le spese per la difesa.