Dall’Ue nuove sanzioni alla Russia, dal petrolio alle crypto: cosa prevede il 20esimo pacchetto

Bruxelles rinnova la lista nera di società e attività russe, mentre dall'altro lato prende tempo sul blocco totale del petrolio. Dietro c'è un chiaro calcolo geopolitico a opera degli Stati Uniti

Foto di Maurizio Perriello

Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

Pubblicato:

Mentre da un lato proroga di 30 giorni l’esenzione dalle sanzioni sul petrolio russo trasportato via mare, dall’altro l’Unione europea approva il ventesimo pacchetto di atti ostili contro la Federazione governata da Vladimir Putin. Non è schizofrenia, anzi. In realtà le due azioni si inseriscono nel medesimo solco, tracciato dagli egemoni statunitensi, del tentare di impedire a Mosca di aggirare sistematicamente gli ostacoli occidentali.

Per questo motivo il nuovo provvedimento Ue va a colpire vari settori: dal petrolio alle criptovalute, dalla flotta ombra al rublo digitale. Da una tattica di pure pressione economica si passa al disinnesco della rete di elusione costruita dalla Russia (e dalla Cina) attraverso Asia Centrale. Con ampia connivenza, tra l’altro, di qualche Paese europeo.

In che senso l’Ue sospende e approva sanzioni alla Russia?

Metti le sanzioni, togli le sanzioni. Come avevamo già spiegato su QuiFinanza parlando del ritorno del petrolio russo in Europa, anticipando di fatto la decisione odierna di Bruxelles, non deve sembrare una contraddizione o un sintomo di indecisione. Le sanzioni “allenatate” dall’Ue riguardano il solo greggio russo trasportato via mare, ufficialmente “in modo da fornire sollievo all’India” e ad altri Paesi vulnerabili per via della crisi dello Stretto di Hormuz. In realtà il calcolo geopolitico, sempre imposto dagli Usa, c’entra con la difesa della globalizzazione.

Il parziale e momentaneo ritorno del petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria, attraverso l’oleodotto Druzhba che passa per l’Ucraina, ha spinto Budapest a revocare il veto nei confronti di un maxi prestito da 90 miliardi di euro in favore di Kiev. Una mossa indispensabile per sostenere la resistenza del Paese invaso, in un frangente in cui gli Stati Uniti non possono permettersi altre distrazioni o che i suoi avversari guadagnino terreno nei rispettivi teatri geopolitici.

L’impegno maggiore di Washington, e di conseguenza di noi europei, deve essere ora profuso nella difesa e nella gestione dei flussi commerciali ed energetici. La stessa egemonia globale americana si fonda sul controllo dei colli di bottiglia marittimi. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha fortemente indebolito la missione dello Zio Sam, imponendo il disgelo del fronte meno caldo e meno rischioso per rifornire i Paesi europei. Quello russo, per l’appunto.

Le sanzioni contenute nel pacchetto Ue numero 20 contro Putin

Passiamo ora a verificare cosa effettivamente prevede questo 20esimo pacchetto di sanzioni europee contro il Cremlino. Come accennato, dentro troviamo di tutto: misure energetiche, finanziarie, commerciali, industriali. Come anticipato il divieto dei servizi marittimi per il petrolio moscovita, forse l’elemento più di novità e dunque il più atteso, è stato però rinviato anche se citato nel ventesimo pacchetto. Ufficialmente si attende il coordinamento con i partner del G7, ma in realtà l’unico fattore che potrà cambiare le cose sarà l’esito dei negoziati tra Usa e Iran. Un esito tutt’altro che imminente, dunque.

Sanzioni al settore energetico russo

L’Ue mette nel mirino 36 grandi società russe poste a monte e a valle dell’intero comparto, responsabili di varie attività strategiche come l’esplorazione, l’estrazione, la raffinazione e il trasporto del petrolio.

Contro la flotta ombra russa

Dai documenti comunitari emerge che, col nuovo pacchetto appena approvato, salgono a 632 le unità navali russe sanzionate e impossibilitate a transitare in acque europee. Tra queste figura anche la cosiddetta “flotta ombra”, con cui Mosca continua a esportare petrolio dove non dovrebbe con il sostegno di Paesi terzi. Queste imbarcazioni sono soggette al divieto di accesso ai porti e al divieto di ricevere servizi. Parallelamente Bruxelles continua a contattare gli Stati di bandiera per garantire che i loro registri non consentano a queste navi di navigare con la loro approvazione. Mentre da un lato 46 navi vengono aggiunte all’elenco delle sanzioni, altre 11 vengono rimosse. L’obiettivo è narrativo: dimostrare che le unità che tornano “conformi”, secondo gli standard occidentali, possono tornare a circolare liberamente.

Clausole sulla vendita di petroliere

Il provvedimento introduce salvaguardie sulle vendite di petroliere dall’Ue per impedire l’utilizzo finale in Russia. La misura è già stata ribattezzata come clausola “no Russia”, da inserire obbligatoriamente nei contratti di vendita, allo scopo di impedire l’impiego delle cargo di greggio nella flotta ombra. Una nuova clausola di smantellamento di quest’ultima faciliterà la dismissione o il “riciclo” delle navi e la loro uscita dalla lista nera.

Divieto di accesso ai porti

In quest’ambito si nota gli sforzi anti-elusione cui abbiamo accennato in precedenza. Due importanti porti russi (Murmansk e Tuapse) e, per la prima volta, un porto di un paese terzo (Karimun Oil Terminal, in Indonesia) sono stati inseriti nella lista nera per i loro collegamenti con la flotta ombra e per aver eluso il tetto massimo al prezzo del petrolio. Il 20° pacchetto pone inoltre le basi per un futuro divieto di trasporto di greggio e prodotti petroliferi russi, in pieno coordinamento e discussione con il G7 e la coalizione per il tetto massimo dei prezzi.

Nessuna manutenzione europea per i russi

Viene poi introdotto un nuovo divieto sui servizi di manutenzione per le navi metaniere e rompighiaccio russe. La norma impedisce il supporto essenziale degli operatori Ue alle esportazioni moscovite di GNL e limita ulteriormente la capacità della Federazione di mantenere le proprie infrastrutture marittime. A ciò s’affianca il divieto di servizi per terminali gasieri, che consentirà agli operatori europei di rescindere qualsiasi contratto a lungo termine con gli operatori legati al Cremlino.

Banche russe

Le nuove misure comunitarie estendono il divieto per gli operatori Ue di intrattenere rapporti commerciali con altre 20 banche russe, oltre a quelle già incluse nella blacklist, con limitate eccezioni per attività come le operazioni umanitarie. Sale così a 70 il numero di istituti di credito russi esclusi dall’accesso al mercato interno europeo.

Sanzioni agli operatori terzi

L’Ue ha esteso il divieto di transazione a quattro banche in Kirghizistan, Laos e Azerbaigian che sostengono lo sforzo bellico russo eludendo significativamente le sanzioni alla rete di messaggistica bancaria della Federazione.

Guerra alle criptovalute russe e al rublo digitale

Il pacchetto introduce anche un divieto totale di effettuare scambi con qualsiasi fornitore di servizi di criptovalute con sede in Russia, nonché con qualsiasi piattaforma decentralizzata che consenta il trading di crypto a causa del loro utilizzo per aggirare le normative. Le nuove misure vietano inoltre l’uso della criptovaluta RUBx, una stablecoin ancorata al rublo, nonché del rublo digitale sviluppato dalla Banca Centrale di Mosca.

Blocco dei servizi di pagamento

Tra le intenzioni di Bruxelles, viene rinnovato il blocco delle transazioni con agenti ubicati in Russia e in Paesi terzi che offrono di facilitare transazioni internazionali per eludere, al solito, le sanzioni Ue.

Nuovi divieti di export verso la Russia

Il ventesimo pacchetto Ue pone nuovi blocchi alle esportazioni europee verso la Federazioni, rendendo fuorilegge spedizioni per un valore di oltre 365 milioni di euro. Sono state poi imposte nuove restrizioni all’esportazione di articoli e tecnologie utilizzati per lo sforzo militare in Ucraina come esplosivi, vetreria da laboratorio e lubrificanti ad alte prestazioni.

Nuovi divieti di import dalla Russia

Alla misura precedente si affiancano nuovi complementari divieti di importazione su metalli, prodotti chimici e minerali, non ancora soggetti a sanzioni, per un valore superiore a 530 milioni di euro.

Il senso geopolitico delle sanzioni europee alla Russia

Senza girarci troppo intorno, le sanzioni comminate dall’Unione europea nei confronti della Russia sono inevitabilmente catalizzate dalla volontà degli Stati Uniti, potenza egemone sul nostro continente. Essendo un’associazione puramente economica, l’Ue si muove dunque in ambito commerciale ed energetico. Tutto ciò, cioè, che un impero non concepisce come orizzonte strategico.

Per intenderci: la Russia, come Cina e Usa, non vive di economia ma la utilizza come strumento per perseguire la potenza. I Paesi economicisti sono invece tecnicamente tutte le province di un impero, Stati Ue compresi. Ribadito questo principio base della geopolitica, possiamo comprendere meglio il senso delle sanzioni europee a danno di Mosca. Aggiungendo un altro elemento: la frattura tra le grandi risorse russe (petrolio, gas e materie prime) e il cuore industriale d’Europa (centrato sulla Germania) è un proposito tattico al quale Washington lavora da anni.

Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022, la rottura si è voluta totale oltreoceano. Il ventesimo pacchetto di sanzioni odierno rientra nella tattica di pressione approntata dagli Stati Uniti contro una Russia impegnata in guerra e storicamente legata a doppio filo alle esportazioni verso gli Stati europei. Il quadro è lo stesso del riarmo e dell’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia: aumentare la deterrenza, a carico materiale degli stessi europei, contro la minaccia moscovita.

Questi sono tutti compiti tattici assegnatici dall’amministrazione americana, alla quale pertiene invece la rotta strategica del continente. In soldoni: rottura del cordone energetico che unisce idrocarburi russi e industria franco-italo-tedesca, postura economica e commerciale avversa, aumento della spesa militare. Il che non significa che andremo in guerra contro il Cremlino, tutt’altro. L’impossibilità di formare una difesa comune europea diversa dalla Nato ne è un indizio sufficiente.