Hormuz, l’Italia scende in campo: la missione affidata a Meloni e i mezzi a disposizione

Il governo Meloni ha parlato di operazioni di sminamento, campo in cui il nostro Paese eccelle. Tutto sarà deciso al vertice di Londra. Ci sono però due vincoli superiori: l'ok degli Usa e l'approvazione da parte del Parlamento italiano

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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L’Italia si è detta pronta a intervenire nello Stretto di Hormuz per garantire la libera navigazione. No, non abbiamo cambiato idea. E no, non è una scelta (del tutto) autonoma. Quando mobilita mezzi militari, il nostro Paese deve sempre renderne conto all’egemone che guida l’Europa, cioè gli Stati Uniti.

Come per la questione ucraina, l’eventuale missione italiana riguarda il dopoguerra, ossia avverrebbe una volta cessate le ostilità. Roma si mobiliterebbe, dunque, soltanto di concerto con gli altri Paesi europei (i cosiddetti “Volenterosi”) e soltanto su direzione americana. Detto questo, nel concreto la Difesa italiana ha già predisposto due cacciamine ed è preparata a offrire unità navali della Marina.

Cosa vuol dire che l’Italia andrà in missione nel Golfo

Lo abbiamo accennato, ma diciamolo chiaro e tondo: la libertà di navigazione dei mari globali, in corrispondenza degli stretti come quello di Hormuz, è garantita dalla potenza militare statunitense. Ogni intervento di Paesi satelliti come l’Italia è di supporto e sempre concertato con Washington. A nostra volta, però, ci sono passaggi interni alla politica nostrana che non possono essere evitati.

È infatti necessaria l’autorizzazione da parte del Parlamento. Nel dettaglio, l’invio e la proroga delle missioni internazionali sono regolati dalla legge n. 145 del 2016 (riformata nel 2024) e prevedono il seguente schema:

  • lo studio e la specificazione di obiettivi, area geografica e copertura finanziaria della missione;
  • una chiara delibera da parte del Consiglio dei ministri;
  • l’approvazione da parte delle Camere.

Il governo Meloni ha affermato che l’intervento italiano nel Golfo Persico potrà avvenire anche al di fuori dell’ombrello dell’Onu. Anche questo non ci deve stupire: le Nazioni Unite sono un’organizzazione multilaterale predisposta dagli Usa e non hanno alcun vincolo operativo. Duro ammetterlo, ma il ricorso all’Onu è di facciata dal punto di vista pratico, da sempre.

Il ministro Guido Crosetto ha chiesto unità ai partiti per giungere all’approvazione parlamentare. Alcune formazioni, come M5S e Alleanza Verdi-Sinistra, hanno però chiesto proprio una risoluzione dell’Onu. Una mossa politica, come quella di Donald Trump quando afferma che “l’Italia non c’è stata per la Nato e quindi gli Usa non ci saranno per l’Italia”. L’Europa rappresenta la perla dell’impero americano e Washington non potrà mai rinunciarvi, se vuole mantenere la già fragile egemonia globale.

Quale tipo di missione può compiere l’Italia nello Stretto di Hormuz

Prima di passare la palla al Parlamento l’Italia è tenuta a stabilire, come già precisato, gli obiettivi e la portata del proprio impegno nello Stretto di Hormuz. In pratica, quali mezzi militari inviare nel Golfo. Questa prima valutazione verrà compiuta in seno al vertice tecnico-militare coi “Volenterosi” – in particolare Francia, Germania e Regno Unito tutti uniti in quello che viene definito formato E4 – previsto a Londra per la prossima settimana.

Giorgia Meloni ha fatto riferimento a “esigenze concrete” come lo sminamento, campo in cui il nostro Paese rappresenta un’eccellenza mondiale. A tal proposito due navi cacciamine sono state già approntate per intervenire in qualsiasi momento. A sostegno sono pronti anche annessi palombari specializzati e droni subacquei. Come in ogni missione per conto degli Usa nei mari “di mezzo” tra gli oceani Atlantico e Indiano, la discesa in campo dei mezzi italiani è sempre in funzione di supporto logistico.

Se dunque il Comando statunitense, come nei primi Anni Duemila, avrà bisogno di unità di scorta ai convogli, sia Roma sia Parigi potrebbero schierare le Fremm, le fregate europee multi missione della Marina Militare. Per avere un’idea di come l’Italia potrebbe intervenire nel Golfo, una cornice di partenza è sicuramente la missione Aspides che ci ha visti coinvolti nel 2024 nel ripristino della libertà di navigazione nel Mar Rosso minacciato dagli attacchi degli Houthi dallo Yemen. O anche facendo riferimento a spedizioni europee come Atalanta al largo delle coste della Somalia.

Quali mezzi militari può inviare l’Italia, il ruolo delle cacciamine

Abbiamo parlato di cacciamine. Trattandosi di missione di pace e non di guerra, come abbiamo sottolineato, le navi italiane interverrebbero in regime di cessate il fuoco. Le unità più avanzate sono per l’appunto quelle dedicate allo sminamento. Un’azione necessaria in un tratto di mare molto stretto in cui l’Iran ha riversato ingenti quantità di ordigni per difendere le proprie coste da un’eventuale invasione israelo-americana.

Ebbene, il nostro Paese dispone di otto navi cacciamine, con il “Vieste” e il “Gaeta” in testa. Si tratta di grandi imbarcazioni dotate di sonar e radar di ultima generazione, che riescono a individuare con estrema precisione la posizione degli ordigni in acqua, tramite l’impiego di onde sonore, e avvertire così gli equipaggi alleati di ogni possibile pericolo.

Il compito non si esaurisce però qui. Una volta identificate le mine sui fondali, viene mandato “in avanscoperta” un drone subacqueo guidato da remoto, dotato di telecamere. A seguire intervengono gli “artificieri dei mari”, cioè i palombari della Marina militare specializzati nel disinnesco di ordigni. A bordo delle unità italiane si trova anche una camera iperbarica, per soccorrere prontamente il personale subacqueo in caso di embolia.

L’Italia ha già utilizzato le proprie cacciamine in supporto a missioni americane nei mari “di mezzo”. La prima volta fu nel 1987, durante la prima crisi del Golfo. Come in passato, per svolgere il proprio compito le cacciamine hanno bisogno di navi di supporto logistico o di una fregata. In questo caso l’intervento italiano comprenderebbe anche il dispiegamento di imbarcazioni come l’Atlante o l’Etna.