Italia pronta a inviare navi a Hormuz, ma solo dopo tregua: il piano del Governo

Roma valuta una missione navale nello Stretto di Hormuz. Navi pronte, ma servirà una tregua tra Iran e Usa e l'autorizzazione del Parlamento

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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L’Italia è pronta a inviare navi militari nello Stretto di Hormuz per garantire la libertà di navigazione. Tuttavia, l’intervento potrà avvenire solo dopo la fine delle ostilità e previa autorizzazione del Parlamento.

È questo il messaggio che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha portato dal vertice dei Volenterosi, tenutosi a Parigi il 17 aprile, dove Francia, Germania, Regno Unito e Italia si sono riuniti per discutere il futuro della rotta marittima più strategica e tra le più rischiose del pianeta.

L’obiettivo dell’Italia

Dal summit parigino, convocato dal presidente Emmanuel Macron, è emersa con chiarezza la linea di Roma: disponibilità a partecipare a una missione navale internazionale, ma a precise condizioni:

Soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva.

Si tratta di un approccio in linea con quello delle altre cancellerie europee, tutte consapevoli che il rischio di un’escalation resta concreto e immediato.

Anche la Difesa italiana si è già attivata. Da oltre venti giorni, come ha rivelato il ministro Guido Crosetto, due navi cacciamine sono state approntate e sono già operative:

ho detto al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronti con due navi. Ma per inviarle occorre la fine delle ostilità, perché nessuno vuole entrare in una guerra.

Il nodo del Parlamento

Oltre al passaggio parlamentare, resta centrale il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha invitato esplicitamente gli alleati Nato a “rimanere lontani da Hormuz”, chiedendo però il supporto dei cacciamine europei per le operazioni di sminamento.

Per l’Italia, la priorità resta una tregua stabile tra Iran e Stati Uniti, considerata una precondizione imprescindibile. Qualsiasi decisione finale dovrà poi passare dal voto del Parlamento, come previsto dalla legge n. 145 del 2016, che disciplina l’invio e la proroga delle missioni internazionali attraverso una delibera del Consiglio dei ministri e la successiva approvazione delle Camere.

Non mancano le prime tensioni politiche: M5S e Alleanza Verdi-Sinistra chiedono che la missione avvenga esclusivamente sotto mandato Onu, una posizione che Crosetto ha invitato a non trasformare in un ostacolo pregiudiziale.

Come funzionano le cacciamine italiane

Al centro della possibile missione italiana c’è un’eccellenza tecnologica della Marina: le navi cacciamine. L’Italia dispone di otto unità di questo tipo, tra cui il Gaeta e il Vieste, attualmente in prima linea. Si tratta di imbarcazioni lunghe circa cinquanta metri, larghe dieci, con un dislocamento di circa cinquecento tonnellate e un equipaggio di una cinquantina di militari ciascuna. Gli scafi sono realizzati in vetroresina per ridurre al minimo la traccia magnetica.

Il loro funzionamento è altamente sofisticato: i sonar di bordo emettono onde sonore verso i fondali e ne analizzano l’eco, restituendo un’immagine dettagliata del fondo marino e permettendo di individuare eventuali ordigni con estrema precisione.

Una volta identificata la mina, entra in azione un drone subacqueo filoguidato, dotato di telecamere, che si avvicina per l’ispezione ravvicinata. A completare le operazioni intervengono i palombari della Marina, specializzati nel disinnesco e supportati da una camera iperbarica a bordo per gestire eventuali emergenze da embolia.