Stretto di Hormuz, annunciata riapertura totale. Cosa cambia per petrolio ed economia globale

Riapre lo Stretto di Hormuz durante la tregua. Gli effetti su petrolio, prezzi e forniture energetiche globali, cosa cambia per l’economia

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

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L’Iran ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, incluse le petroliere, per tutta la durata del cessate il fuoco con gli Stati Uniti, previsto fino al 21 aprile. A comunicarlo è stato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, spiegando che il passaggio è “completamente aperto” lungo la rotta coordinata dalle autorità marittime iraniane. La decisione si inserisce nel quadro della tregua e ha effetti immediati sui mercati energetici.

Gli effetti immediati sul prezzo del petrolio

La riapertura dello stretto ha determinato un calo del prezzo del petrolio, dopo settimane di tensioni legate al rischio di blocchi nelle forniture. La notizia è stata accolta positivamente anche dagli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha sottolineato che “lo Stretto è completamente aperto e pronto per la ripresa del traffico”, pur precisando che il blocco navale nei confronti dell’Iran resta attivo fino alla conclusione delle trattative.

Perché lo Stretto di Hormuz è strategico

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili per il commercio globale. Attraverso questo passaggio transita circa il 20% del petrolio mondiale, una quota che lo rende centrale per l’equilibrio energetico internazionale. Quando il traffico nello stretto viene limitato o interrotto, gli effetti si riflettono rapidamente sui prezzi dell’energia. L’impatto non riguarda solo benzina, diesel e gas, ma anche altri settori collegati. Oltre al petrolio, infatti, transitano fertilizzanti, prodotti chimici e materie prime fondamentali per l’industria e l’agricoltura. Questo significa che eventuali blocchi possono avere conseguenze su più livelli dell’economia.

I Paesi più esposti alle forniture del Golfo

Gran parte del petrolio che passa dallo Stretto di Hormuz è destinata all’Asia. Circa quattro quinti dei flussi giornalieri raggiungono Paesi asiatici, con la Cina come principale importatore. Altri Paesi risultano particolarmente dipendenti dalle forniture del Golfo. In Pakistan, ad esempio, si discute di misure per ridurre i consumi energetici, mentre in Thailandia i fondi pubblici destinati a contenere i prezzi dei carburanti sono sotto pressione. In India, il Medio Oriente rappresenta una quota significativa delle importazioni di petrolio e gas, con effetti diretti anche sui consumi domestici.

L’Europa appare meno esposta rispetto all’Asia, ma resta comunque vulnerabile a eventuali crisi energetiche. Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha ridotto la dipendenza dal gas russo, diversificando le forniture. Il contesto economico resta complesso, con una crescita limitata e una forte competizione industriale. Eventuali tensioni nel Golfo possono quindi incidere indirettamente anche sui mercati europei. L’Italia produce una quota molto ridotta del proprio fabbisogno di gas, poco superiore al 4%. Questo rende il Paese fortemente dipendente dalle importazioni.

Una parte rilevante delle forniture arriva da Paesi del Golfo, tra cui il Qatar. Le recenti tensioni hanno però interrotto alcune esportazioni, spingendo il governo a cercare alternative. Tra i partner principali figura l’Algeria, che copre circa il 30% delle importazioni italiane attraverso il gasdotto Transmed. Tuttavia, la possibilità di aumentare i flussi è limitata dalla capacità dell’infrastruttura.

Le trattative tra Stati Uniti e Iran

La riapertura dello Stretto avviene mentre proseguono i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Secondo indiscrezioni, sul tavolo ci sarebbe un accordo che prevede lo sblocco di beni iraniani per circa 20 miliardi di dollari. In cambio, Teheran dovrebbe ridurre le proprie scorte di uranio arricchito. Si tratta di circa 440 chili di materiale al 60%, che potrebbe essere ulteriormente raffinato fino a livelli utilizzabili in ambito militare. Le trattative non sono ancora concluse e restano aperte diverse ipotesi, tra cui il trasferimento del materiale nucleare verso Paesi terzi sotto controllo internazionale.