Sono passati 40 anni dal disastro di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986, che ha ridefinito la storia dell’Europa e il rapporto dell’intero continente con le provvigioni energetiche, con un effetto domino che (forse) ha reso inevitabile la crisi attuale. Pochi eventi come l’incidente alla centrale nucleare sovietica hanno segnato con immagini così vivide la memoria collettiva, creando una grammatica condivisa che ha trasformato in parole e storie dell’orrore tutte le paure che hanno caratterizzato il secolo breve. Su tutte quelle legate alla Guerra Fredda, l’atomica e le radiazioni.
Gli elementi per una storia avvincente c’erano tutti dal principio: un grave errore umano, problemi strutturali dell’impianto, la segretezza della superpotenza dell’Est, l’esodo dalla città di Prypiat e un’intera regione contaminata.
Eppure la narrazione portata avanti dai media tra inchieste giornalistiche, documentari, film e serie tv è stata condita da teorie del complotto, emozioni “un tanto al chilo” e fantascienza pura. Tutto e il contrario di tutto, pur di rendere avvincente il racconto di una tragedia. Anche a costo di diffondere bufale e fake news che ancora oggi è difficile smontare.
Indice
La vera storia del disastro di Chernobyl
Senza la pretesa di fornire una ricostruzione dettagliata e adatta a un pubblico tecnico, proviamo a ripercorrere gli avvenimenti della notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, quando al reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl era in corso un test di sicurezza. L’obiettivo era verificare se, in caso di blackout, le turbine potessero continuare ad alimentare temporaneamente i sistemi di emergenza.
L’esperimento venne gestito in condizioni anomale. La potenza del reattore scese troppo, diversi sistemi automatici di protezione furono disattivati e gli operatori tentarono di riportare l’impianto a livelli operativi instabili. Il reattore Rbmk, già noto per criticità progettuali, in quella configurazione diventò estremamente pericoloso.
All’1:23 del 26 aprile fu premuto il pulsante di arresto d’emergenza. Invece di fermare il reattore, un difetto delle barre di controllo provocò un improvviso aumento di potenza.
In pochi secondi si verificarono due esplosioni che distrussero il coperchio del reattore e scoperchiarono l’edificio. Seguì l’incendio della grafite del nocciolo, che per giorni liberò nell’atmosfera enormi quantità di materiale radioattivo.
Le autorità sovietiche reagirono con ritardi, confusione e segretezza, mentre i primi vigili del fuoco e tecnici intervennero senza conoscere pienamente il livello del rischio.
Le prime fake news sui media italiani
Nei giorni immediatamente successivi al 26 aprile 1986, in Italia e nel resto d’Europa circolarono informazioni incomplete e inesatte, rassicurazioni premature e allarmi sproporzionati. Internet non esisteva, i flussi di notizie erano lenti, l’Unione Sovietica comunicò in ritardo l’accaduto e i governi occidentali disponevano dei dati frammentati raccolti dalle loro agenzie di intelligence. In quel vuoto informativo nacquero le prime fake news sul disastro di Chernobyl.
Le rassicurazioni sull’incidente
Le prime anomalie furono rilevate in Svezia, presso la centrale nucleare di Forsmark, dove vennero registrati livelli anomali di radioattività sui lavoratori e sugli impianti. Fu proprio quella scoperta a spingere la comunità internazionale a chiedere spiegazioni a Mosca. Inizialmente veniva ripetuto il mantra “non è successo nulla di grave“.
Le agenzie di stampa europee, riprendendo i comunicati dell’Urss, utilizzavano toni rassicuranti per parlare di un incidente sotto controllo. Proprio quei toni iniziali contribuirono a sminuire le allerte dei giorni e dei mesi successivi e ad alimentare la percezione di verità nascoste e complotti.
Piogge acide sull’Europa con la nube radioattiva
Venne spiegato ai cittadini europei che la nube radioattiva si sarebbe fermata a Est, confinata ai territori sovietici o dispersa prima di raggiungere i Paesi occidentali. In realtà le correnti atmosferiche trasportarono isotopi radioattivi in numerosi Paesi europei, inclusa l’Italia. Le ricadute variarono molto da zona a zona.
Accanto alla minimizzazione arrivò presto l’eccesso opposto. In molte città qualsiasi pioggia veniva percepita come tossica e ogni uscita all’aperto come un rischio immediato. Certo, le precipitazioni influenzarono la deposizione di particelle radioattive, ma l’impatto dipendeva da luogo, intensità della pioggia, durata dell’evento e concentrazione degli isotopi. Non ogni pioggia rappresentava lo stesso pericolo.
Verdura e latte contaminati e velenosi
In Italia l’attenzione dei media si concentrò su latte fresco, ortaggi a foglia larga e prodotti dei boschi, tutti potenzialmente contaminati. Si diffuse l’idea che bastasse consumarli una sola volta per subire danni immediati, sputare sangue o finire all’ospedale.
Alcuni alimenti furono effettivamente monitorati o temporaneamente limitati perché più esposti alla contaminazione superficiale o all’assorbimento di isotopi come iodio-131 e cesio-137. Il rischio in questi casi però si misura con dosi e tempi di esposizione.
Gli scenari di guerra: evacuazioni e quarantena
Circolarono anche voci incontrollate su evacuazioni di massa, chiusure prolungate e scenari quasi bellici. Lo abbiamo visto anche con la pandemia di Covid: quando il “nemico” è invisibile e poco conosciuto, iniziano a circolare le ipotesi più estreme e fataliste.
Prima le rassicurazioni, poi i divieti improvvisi e nuovi allarmi contribuiscono in queste circostanze a creare un clima di sfiducia verso le istituzioni e i media. E anche in quel caso alimentarono paranoie e quasi psicosi di massa.
Chernobyl tra film, serie e documentari
Dopo il 1986, il disastro di Chernobyl entrò in una nuova fase narrativa. Alla cronaca dei fatti si è affiancato via via un racconto culturale fatto di cinema, televisione e documentari. Per gran parte del pubblico internazionale, la memoria di Chernobyl nasce più dalla fiction o dai reportage kitsch che dai notiziari.
Le opere audiovisive hanno diffuso conoscenza, riaperto il dibattito sul nucleare e restituito centralità a una tragedia spesso rimossa negli anni Novanta. Allo stesso tempo hanno selezionato personaggi, condensato eventi, semplificato processi tecnici e privilegiato immagini ad alto impatto emotivo. Così si è formato un immaginario molto potente, ma spesso parziale.
I documentari e il mito della città di Pripyat
Nei primi anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica, Chernobyl venne raccontata soprattutto attraverso reportage e documentari occidentali. L’accesso progressivo alla città fantasma di Pripyat abbandonata offriva immagini perfette per la televisione: scuole ferme nel tempo, appartamenti deserti, giostre arrugginite, vegetazione che avanzava, giocattoli abbandonati.
Quel linguaggio visivo trasformò la zona in simbolo universale di rovina post apocalittica, incentivando il turismo basato sull’urbex. Il simbolo del disastro divenne così la ruota panoramica arrugginita, non più il reattore Rbmk.

Il filone horror e la zona proibita
Negli anni Duemila la zona di esclusione è diventata uno scenario narrativo autonomo. Videogiochi, film e prodotti televisivi l’hanno usata per ambientarci narrazioni fantascientifiche e horror.
Una zona proibita e inavvicinabile stile Area 51, la natura alterata dalle radiazioni, la presenza invisibile del pericolo sono tutti elementi ricorrenti di film a basso budget con protagonisti zombi e mutanti. Tra i più riusciti (nei limiti del genere, s’intende) Chernobyl Diaries – La mutazione.
Degni di menzione anche i vari capitoli della serie videoludica S.T.A.L.K.E.R., che riprende l’immaginario del film Stalker di Andrej Tarkovskij (a sua volta tratto dal romanzo sci-fi Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij) e lo contamina con le vicende della centrale nucleare.
Animali mostruosi e deformi
Tra le immagini più persistenti nate attorno al disastro di Chernobyl e utilizzate dai film negli anni, c’è quella di una zona popolata da animali mostruosi, come lupi giganteschi, pesci deformi, uccelli mostruosi e creature alterate dalle radiazioni.
Le ricerche condotte nell’area mostrano un quadro molto più complesso. Le radiazioni possono provocare danni genetici, problemi riproduttivi e aumento di alcune anomalie in diverse specie, soprattutto nelle aree più contaminate e nelle prime fasi successive all’incidente.
Sono stati osservati, in vari studi: riduzione della fertilità in alcune popolazioni animali, cataratte e alterazioni fisiologiche, variazioni nella biodiversità locale. Non esiste però una popolazione diffusa di mostri mutanti come suggerito dalla cultura popolare.
La radioattività sullo schermo
Vale la pena fare una piccola riflessione sul perché film e documentari che parlano di incidenti nucleari e Chernobyl mostrino immagini sempre più estreme e tipiche della storia dell’horror o della fantascienza.
Cinema e televisione incontrano una difficoltà strutturale: la radioattività è invisibile. Per rappresentarla servono effetti che poco hanno a che fare con la scienza, a iniziare da sintomi rapidi e immediati. Per questo in molte opere all’esposizione alle radiazioni segue immediatamente il collasso fisico.
Nella realtà contano piuttosto dose assorbita, durata dell’esposizione, distanza dalla fonte, isotopi coinvolti e modalità di contaminazione (interna o esterna). La spettacolarizzazione traduce un fenomeno complesso in immagini comprensibili al grande pubblico e ad alto impatto emotivo, ma modifica la percezione del rischio.
Il successo della miniserie HBO
La miniserie Chernobyl della HBO, uscita nel 2019 (trasmessa in Italia da Sky Atlantic, ora è disponibile in streaming su NowTv) ha riacceso i riflettori sulla vera storia della centrale nucleare. Con grande attenzione scenografica e ambientale, fonda il suo impianto narrativo sul conflitto tra verità scientifica e potere politico sovietico.
Per milioni di spettatori in tutto il mondo è diventata la versione definitiva dei fatti. Ma, a ben vedere, non è proprio così.

L’elicottero precipitato sulla centrale
Nella serie, ad esempio, l’incidente dell’elicottero viene inserito nelle prime fasi del caos attorno al reattore. La scena rafforza l’idea di un evento immediatamente ingestibile. In realtà l’elicottero cadde nell’ottobre 1986, durante i lavori di contenimento. Il mezzo urtò il cavo di una gru e precipitò
Non c’era una sola scienziata investigatrice
La fisica Ulana Khomyuk è uno dei personaggi centrali della serie, forse quello meno credibile per le sue intuizioni geniali che sfociano in vari campi scientifici. In realtà è un personaggio composito creato per rappresentare l’intera comunità scientifica e il lavoro dei numerosi esperti sovietici coinvolti nelle indagini e nella gestione del rishcio.
Gli uomini delle valvole e il loro sacrificio
La missione dei tecnici incaricati di intervenire nei locali allagati sotto il reattore è uno dei momenti più coinvolgenti del racconto della miniserie HBO.
L’operazione fu particolarmente rischiosa. La versione che li descrive come uomini condannati a morte immediata appartiene però alla costruzione simbolica del martirio eroico. In realtà Aleksei Ananenko e Valeri Bezpalov sopravvissero per molti anni dopo il disastro. Anche Boris Baranov visse a lungo e morì decenni dopo per cause non riconducibili alle radiazioni.
L’influenza dei media sul nucleare in Italia
Il disastro di Chernobyl ebbe in Italia un impatto che andò molto oltre l’emergenza sanitaria e la paura dei mesi successivi. L’incidente modificò in profondità il dibattito pubblico sull’energia e influenzò per decenni le scelte politiche nazionali.
Fino alla metà degli anni ’80 l’Italia disponeva di centrali nucleari già operative e di programmi di sviluppo del settore. Il tema era discusso, ma rientrava nel quadro della modernizzazione energetica del Paese.
L’incidente del reattore 4 cambiò improvvisamente il clima: il rischio smise di apparire teorico e divenne qualcosa di concreto, visibile nei telegiornali e percepito nelle abitudini quotidiane.
Il referendum del 1987
A poco più di un anno dal disastro, nel novembre 1987, gli italiani votarono tre referendum abrogativi legati al nucleare. Il risultato segnò una netta sfiducia verso il settore e aprì la strada al progressivo abbandono del programma nazionale.
Le consultazioni non chiedevano in modo diretto “sì o no al nucleare”, ma l’esito politico fu chiarissimo: il consenso pubblico era crollato.
La chiusura delle centrali italiane
Negli anni successivi furono fermati gli impianti presenti nel Paese, tra cui: la centrale di Caorso, la centrale del Garigliano, la centrale di Trino e la centrale di Latina. Da allora l’Italia è rimasta senza produzione elettrica nucleare interna, continuando però a importare parte dell’energia da Paesi che utilizzano l’atomo, come la Francia.
Il nuovo stop dopo Fukushima
Negli anni Duemila il tema tornò nell’agenda politica con progetti di rilancio. Tuttavia il disastro di Fukushima riaprì paure e opposizioni. Nel 2011 un nuovo referendum confermò l’orientamento contrario dell’elettorato italiano, congelando ancora una volta i piani di ritorno al nucleare.
L’eredità di Chernobyl ancora oggi
A 40 anni dall’incidente, Chernobyl continua a pesare nel dibattito energetico italiano. Ogni discussione su reattori di nuova generazione, sicurezza, indipendenza energetica o transizione ecologica si confronta ancora con quella memoria.
Il disastro è diventato in Italia un riferimento culturale permanente, che condiziona ancora oggi le posizioni dei partiti sul nucleare.