Il nucleare in Italia non è ancora tornato come programma operativo di costruzione di nuove centrali, ma è rientrato stabilmente nel dibattito energetico nazionale anche a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia a causa della guerra in Iran. Il tema viene oggi affrontato soprattutto come opzione di medio-lungo periodo, legata alla decarbonizzazione, alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla riduzione della dipendenza dall’estero. Dopo i referendum che hanno chiuso la stagione dell’atomo nel Paese, il nuovo percorso non parte da un piano immediato di cantieri, ma da studi, valutazioni tecniche e iniziative industriali. Il segnale più concreto è la nascita di Nuclitalia, joint venture costituita da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo per esplorare le tecnologie nucleari di nuova generazione e nata nel 2025.
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Cosa è Nuclitalia e cosa dovrà fare
Nuclitalia nasce come società dedicata all’analisi del cosiddetto nuovo nucleare. Enel detiene il 51%, Ansaldo Energia il 39% e Leonardo il 10%. Il suo compito non è costruire subito una centrale, ma valutare le tecnologie disponibili, le opportunità di mercato e le possibili applicazioni nel sistema energetico italiano.
Il focus iniziale riguarda gli Small Modular Reactor, noti come SMR, cioè reattori modulari di piccola taglia. Si tratta di impianti più compatti rispetto alle centrali tradizionali, pensati per essere più flessibili e, almeno nelle intenzioni, più rapidi da realizzare.
La società dovrà quindi studiare quali tecnologie internazionali possano essere adatte all’Italia, verificando sostenibilità economica, sicurezza, compatibilità con la rete e possibili partnership con operatori esteri.
Quando potrebbero arrivare nuove centrali
Il ritorno del nucleare in Italia non avrebbe effetti immediati sul mix energetico. Secondo gli scenari citati dagli esperti, nel migliore dei casi il primo impianto potrebbe entrare in funzione non prima del 2035. Solo dal 2040 il contributo del nucleare inizierebbe ad avere un peso più visibile nella produzione nazionale. L’obiettivo indicato negli scenari energetici è arrivare, entro il 2050, a una capacità installata di circa 8 GW, con una produzione stimata intorno a 64 TWh. Si tratta quindi di un percorso lungo, che richiede scelte politiche, autorizzazioni, localizzazione dei siti, investimenti e costruzione di una filiera industriale adeguata.
Niente centrali in Italia, ma energia nucleare importata
L’Italia non produce energia nucleare sul proprio territorio, ma ne consuma indirettamente una quota attraverso l’importazione di elettricità dall’estero. Nel 2024 il Paese è risultato il primo importatore netto di elettricità in Europa, con circa 51 TWh acquistati su un consumo nazionale di 312 TWh. Una parte importante di questa energia arriva da Francia e Svizzera, Paesi nei quali il nucleare ha un ruolo rilevante nel mix elettrico. Questo crea un paradosso: l’Italia non ha centrali nucleari attive, ma utilizza comunque elettricità prodotta anche grazie all’atomo fuori dai propri confini.
Il nodo delle scorie e del deposito nazionale
Uno dei principali ostacoli riguarda la gestione dei rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale per le scorie, nonostante il tema sia aperto da decenni. Le scorie esistono già, anche senza nuove centrali: derivano dalla precedente stagione nucleare, da attività industriali, sanitarie e di ricerca. Parte dei materiali è conservata in depositi temporanei o all’estero.
Secondo le stime, nel Paese sono presenti oltre 32.000 metri cubi di rifiuti radioattivi. Il percorso verso il deposito nazionale prevede l’individuazione di un sito idoneo, ma ogni ipotesi incontra opposizioni territoriali. L’obiettivo del governo sarebbe arrivare all’Autorizzazione unica entro il 2029, con possibile entrata in esercizio non prima del 2039.
SMR e AMR: le tecnologie allo studio
Le tecnologie più discusse sono gli SMR e gli AMR. Gli SMR sono reattori modulari di piccola taglia, fino a circa 400 MW, progettati per garantire maggiore flessibilità rispetto agli impianti tradizionali. Gli AMR, Advanced Modular Reactor, appartengono invece alla quarta generazione e sono ancora in una fase più sperimentale. Possono offrire temperature di uscita elevate e possibili applicazioni industriali, ma richiedono ancora ricerca e sviluppo prima di un impiego commerciale diffuso. Per l’Italia, gli SMR rappresentano l’opzione più realistica nel medio periodo, proprio perché più vicini alla maturità tecnologica rispetto agli AMR.
Anche senza centrali attive, l’Italia conserva competenze nel settore nucleare. La filiera industriale nazionale è presente soprattutto nella componentistica avanzata, nell’ingegneria, nei servizi specialistici e nelle attività di decommissioning. Secondo le analisi citate, una parte significativa dei fornitori europei legati agli SMR si trova in Italia. La maggioranza delle imprese opera nei segmenti della componentistica non nucleare, dei servizi tecnici, delle forniture elettriche e del montaggio.
Questa base potrebbe rappresentare un vantaggio nel caso di ritorno al nucleare, ma richiede investimenti, regole chiare e un coordinamento stabile tra imprese, istituzioni e ricerca.
Il ruolo dell’Italia nella fusione nucleare
Accanto al nucleare da fissione, il Paese partecipa anche alla ricerca sulla fusione nucleare. Si tratta però di una tecnologia ancora lontana dall’applicazione commerciale. L’Italia è coinvolta nel progetto ITER e in iniziative europee come Euratom ed EUROfusion. Sul territorio nazionale sono attivi centri di ricerca e infrastrutture come il Divertor Tokamak Test di Frascati, progettato per studiare componenti fondamentali dei futuri reattori a fusione. La fusione non è quindi una soluzione immediata ai problemi energetici, ma rappresenta una linea di ricerca strategica per il futuro.
I prossimi passaggi per l’Italia
Per rendere possibile un ritorno al nucleare, l’Italia dovrà affrontare alcuni passaggi fondamentali. Il primo riguarda il quadro normativo, che dovrà essere chiaro, stabile e coerente con gli standard internazionali. Serviranno poi procedure autorizzative, criteri per l’individuazione dei siti, regole sulla gestione delle scorie, strumenti di finanziamento e una strategia industriale di lungo periodo.
Un altro tema centrale è l’accettabilità sociale. Dopo decenni di opposizione al nucleare, il confronto con cittadini e territori sarà decisivo. La comunicazione dovrà spiegare benefici, rischi, costi e tempi, evitando che il ritorno dell’atomo venga percepito come una scelta calata dall’alto. Il percorso italiano è quindi ancora nella fase preliminare. Nuclitalia rappresenta il primo passo industriale, ma la realizzazione di eventuali nuove centrali dipenderà da decisioni politiche, norme, investimenti e consenso pubblico.