Proroga o rinnovo di un contratto di lavoro a termine: differenze

Quando un contratto a tempo determinato giunge al termine ci sono due strade per proseguire la collaborazione: la proroga o il rinnovo

Secondo la legge italiana, per forma comune di rapporto di lavoro si intende una tipologia subordinata e a tempo indeterminato. Il panorama contrattuale in termini di impiego risulta però essere alquanto vasto, con altre tipologie che vengono ammesse, a patto però di rispettare determinati limiti. Un esempio particolarmente comune è quello del contratto a tempo determinato, che presenta una palese differenziazione cronologica rispetto all’indeterminato.

In questo caso infatti il rapporto di lavoro tra dipendente e azienda presenta una precisa data di scadenza, raggiunta la quale l’accordo lavorativo potrà dirsi concluso, senza dover licenziare o presentare una lettera di dimissioni. Un dipendente con contratto a tempo determinato, in grado di svolgere al meglio le proprie mansioni, potrebbe però spingere il datore di lavoro ad avvalersi nuovamente delle sue prestazioni a termine. In questo caso le vie da seguire risultano essere due: proroga o rinnovo.

Proroga del contratto a termine: cos’è e quali sono i limiti

Quando si fa riferimento alla proroga di un contratto, si intende la volontà del datore di lavoro e del dipendente a tempo determinato di modificare la data di scadenza dell’accordo. In questo modo la separazione tra le parti subisce uno slittamento temporale rispetto agli accordi iniziali. La collaborazione può dunque proseguire, senza necessità di interromperla.

In assenza di limitazioni, uno scenario del genere comporterebbe una vita lavorativa del tutto priva di certezze e garanzie per il dipendente, destinato a passare da una proroga all’altra. L’azienda deve invece fronteggiare delle restrizioni, rispettando la normativa vigente, che impedisce l’infinito posticipare della data di scadenza.

Un contratto a tempo determinato ha una durata massima fissata dalla legge italiana, pari a 12 mesi, il che risulta comprensivo di proroghe. È consentito superare il limite imposto soltanto in presenza di alcune causali:

  • sostituzioni di altri lavoratori, il che rientra nella categoria delle esigenze temporanee, estranee all’attività ordinaria;
  • esigenze aziendali legate a incrementi dell’attività lavorativa significativi e non programmabili.

Nel caso in cui non si presentino le seguenti causali, l’accordo tra le parti passerà automaticamente a tempo indeterminato, una volta superato il limite dei 12 mesi. È bene precisare però come, anche in presenza delle indicate causali, il rapporto di lavoro non potrà in alcun caso superare il limite dei 24 mesi complessivi, in riferimento a mansioni di pari livello.

Rinnovo: cos’è e quali sono i limiti

Se la proroga consiste nel prolungamento di un accordo lavorativo, optare per un rinnovo vuol dire attivare un nuovo contratto a tempo determinato, in riferimento a un dipendente che in precedenza è già stato inserito nel gruppo aziendale a termine. In questo caso è necessario che intercorra uno stacco temporale tra i due rapporti attivati. Anche in questo è la legge a indicare i parametri (qualora non vengano rispettati i limiti imposti, il secondo rapporto si trasforma a tempo indeterminato):

  • 10 giorni di stacco temporale nel caso in cui il rapporto precedente abbia avuto una durata pari o inferiore a 6 mesi;
  • 20 giorni di stacco temporale nel caso in cui il rapporto precedente abbia avuto una durata pari o superiore a 6 mesi.

Così come per le proroghe, anche in caso di rinnovi è necessario rispettare un limite complessivo pari a 24 mesi. Tra le due tipologie esiste però una chiara differenza. Al di là del superamento o meno dei 12 mesi, ogni rinnovo dev’essere giustificato da una causale richiesta dalla legge, come le esigenze connesse a incrementi temporanei e non programmabili dell’attività lavorativa.

Proroga e rinnovo: quali sono i costi

Proroga e rinnovo si differenziano anche sotto l’aspetto dei costi che un’azienda deve sostenere. Un datore di lavoro dovrà gestire un costo maggiore in caso di rinnovo rispetto a una proroga, dato il contributo addizionale dell’1.40% dovuto all’INPS, in relazione alla retribuzione imponibile  del dipendente a tempo determinato.

Un contributo utile al finanziamento dell’indennità di disoccupazione NASPI. Il contributo non varia per tutti i 24 mesi nel caso in cui l’azienda opti per una proroga. Differente il discorso in caso di rinnovo. Ognuno di essi infatti comporta un aumento dello 0.50%. Ciò vuol dire che l’azienda intenzionata a rinnovare più volte un contratto a tempo determinato dovrà farsi carico dei seguenti costi:

  • 40% primo contratto;
  • 90% primo rinnovo;
  • 40% secondo rinnovo;
  • 90% terzo rinnovo.

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Proroga o rinnovo di un contratto di lavoro a termine: differenze