Superbonus, il conto finale è di 132 miliardi per riqualificare il 4% delle case

I dati di Enea e Mef tracciano il bilancio definitivo della maxi-agevolazione edilizia: l'impatto sulle casse pubbliche potrebbe non essere proporzionato ai benefici pubblici ottenuti.

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Quasi tutti i cantieri del Superbonus 110% sono ormai giunti a conclusione ed è arrivata la resa dei conti. I dati del report stilato da Enea e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze aggiornati al 30 giugno tracciano il bilancio definitivo: gli interventi hanno generato un onere fiscale complessivo di circa 131,5 miliardi di euro per lo Stato, a fronte di circa 125 miliardi di euro di lavori effettivi su poco più di 500.000 immobili.

Un’eredità voluminosa, che lascia aperte tante domande, cui proveremo a dare una risposta.

Dove sono stati investiti i 131,5 miliardi

L’analisi dei dati Enea mostra dettagliatamente come le risorse siano state distribuite sul territorio:

  • i condomini, pur rappresentando appena 140.000 cantieri, hanno assorbito 86 miliardi di euro (pari al 68% della spesa complessiva), con un costo medio di circa 600.000 euro per edificio;
  • le villette unifamiliari hanno registrato oltre 240.000 interventi per 28,5 miliardi di euro (23% della spesa), fermandosi a una media di 117.000 euro ad abitazione;
  • le unità indipendenti in complesso hanno contato circa 115.000 interventi per 11,5 miliardi di euro (9% della spesa), con un costo medio di 98.000 euro per cantiere;
  • sul piano geografico, il Nord Italia ha assorbito il 50% delle risorse complessive (con la Lombardia in testa al 20% nazionale), seguito dal Centro (20%) e dal Sud con le Isole (30%).

La transizione energetica fondata su una misura regressiva

La progressiva rimodulazione delle aliquote e il definitivo stop allo sconto in fattura hanno ridisegnato i contorni del mercato dell’efficientamento energetico, generando una vera e propria spaccatura. L’effetto più evidente si avverte nel settore del fotovoltaico residenziale dove, esaurita la spinta dei finanziamenti del Superbonus 110%, le installazioni nelle abitazioni private hanno subito una contrazione pari al 23%.

A pesare sul comparto domestico è stato il ritorno dell’investimento a carico dei singoli proprietari insieme al riaffiorare delle complessità burocratiche legate alle delibere condominiali. Insomma, in un Paese in cui la maggior parte degli immobili non rientra nei parametri delle classi energetiche, questo dato rappresenta una battuta d’arresto per la transizione ecologica e anche per le tasche degli italiani, che tendono a essere alleggerite da bollette sempre più onerose, per far fronte a estati sempre più calde e ai picchi di freddo invernali.

Una misura a debito discutibile

Se lo stesso volume di cantieri attivati dal Superbonus fosse stato realizzato con le aliquote ordinarie del 50 e 65%, lo Stato avrebbe sostenuto un costo netto inferiore di circa 50 miliardi di euro. Diluiti in un arco temporale di 5 o 10 anni, questi numeri si traducono in un mancato gettito annuo compreso tra i 5 e i 10 miliardi di euro.

Per la finanza pubblica si tratta di una cifra imponente e tutt’altro che irrisoria: 10 miliardi all’anno equivalgono a circa la metà del margine di manovra libero di una normale Legge di Bilancio, oppure alla copertura dell’intero taglio del cuneo fiscale sulle buste paga dei lavoratori, togliendo così spazio a interventi strutturali per la spesa sanitaria e l’istruzione.

L’effetto moltiplicatore sul Pil

Chi difende l’impostazione del Superbonus sostiene invece che il mancato gettito non vada considerato come una spesa a fondo perduto, bensì come l’effetto di un volano economico che ha spinto la ripresa del Pil nel post-pandemia.

Gli studi del settore edile mostrano che ogni euro investito in riqualificazione genera un rientro fiscale diretto e indiretto stimato tra il 35% e il 43% sotto forma di:

  • Iva sui materiali;
  • Irpef e Ires sui profitti delle imprese e sui contributi dei lavoratori impiegati nei cantieri;
  • riduzione dei consumi energetici per le 500.000 famiglie.

Chi paga davvero il conto delle agevolazioni

L’eredità del Superbonus si incrocia inevitabilmente con il dibattito strutturale sul sistema fiscale italiano. L’architettura delle imposte già penalizza i ceti meno abbienti in virtù di un’asimmetria di fondo. Sanarla con un’aliquota dell’1,3% sui capitali dei 50.000 plurimilionari italiani significherebbe ripagare e superare il debito attuale.

Ma è vero anche che scegliere di finanziare al 110% la riqualificazione di immobili privati a pioggia, senza nessun ombrello, ha finito per accentuare le disuguaglianze. La misura ha avvantaggiato chi era già proprietario di un patrimonio immobiliare (appena il 4% del parco edilizio italiano). E alla fine il minor gettito per le casse pubbliche sta restringendo la capacità dello Stato di ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente o di finanziare i servizi pubblici essenziali a beneficio della collettività.