Se si dicesse ai lavoratori italiani, che in pensione rischiano di non andarci mai, che in Italia si lavora meno a lungo rispetto al resto d’Europa, si otterrebbero reazioni scomposte. Eppure è esattamente questo il cortocircuito emerso dagli ultimi dati diffusi da Eurostat. L’Italia continua a occupare le posizioni di coda nella classifica della vita lavorativa media, mentre chi è entrato nel mercato dagli anni Novanta vede l’asticella del ritiro allontanarsi di anno in anno tra riforme e requisiti sempre più stringenti.
La metrica utilizzata dagli analisti europei non indica l’età effettiva del ritiro dal lavoro, ma il numero complessivo di anni trascorsi sotto contratto. Capire come si conciliano una vita lavorativa corta e l’innalzamento dei requisiti anagrafici è fondamentale per comprendere lo stato di salute del sistema previdenziale.
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Il confronto: la durata della vita lavorativa in Europa
I numeri raccolti a livello comunitario evidenziano una spaccatura netta tra i modelli economici del Nord Europa e la situazione della penisola italiana:
- la media complessiva dell’Unione Europea si attesta a 36,9 anni di attività professionale per cittadino;
- l’Italia fa registrare una durata media della vita lavorativa pari a soli 33 anni, posizionandosi al penultimo posto in Europa;
- i Paesi scandinavi guidano la classifica con l’Islanda in testa a quota 45,7 anni, seguita da Svezia e Paesi Bassi sopra i 42 anni.
La distanza di quasi quattro anni dalla media continentale mette in luce come le carriere nazionali siano caratterizzate da un ingresso tardivo e da forti interruzioni.
Le vie d’uscita: chi anticipa la pensione prima dei 67 anni
A fronte di una vecchiaia ordinaria fissata per legge a 67 anni, una fetta consistente di contribuenti riesce ad anticipare l’uscita dal mondo del lavoro sfruttando i canali di flessibilità, pur pagando un prezzo sull’assegno:
- la pensione anticipata ordinaria permette il ritiro a prescindere dall’età anagrafica con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne;
- la quota 103 consente l’accesso a 62 anni d’età con almeno 41 anni di versamenti, ma comporta il calcolo del trattamento interamente contributivo e un tetto massimo all’importo della mensilità;
- l’ape sociale e l’opzione donna offrono una sponda a categorie svantaggiate, caregiver e disoccupati a partire dai 61 o 63 anni e 5 mesi, richiedendo un’anzianità contributiva tra i 30 e i 35 anni.
Questi canali alternativi spiegano perché la media degli anni realmente lavorati si abbassi, lasciando però la percezione di un sistema blindato per chi non rientra in tali profili di tutela.
Le cause strutturali del primato negativo italiano
Il basso dato registrato da Eurostat non è il sintomo di un Paese di pensionati precoci, ma il risultato di fattori che bloccano la stabilità nel sistema economico:
- il cronico ritardo dell’occupazione femminile, che risente della mancanza di servizi di supporto alla famiglia soprattutto nelle regioni meridionali;
- l’ingresso tardivo dei giovani nel circuito occupazionale, frenato da percorsi di studio lunghi e da un difficile ricambio generazionale;
- l’alto tasso di precarietà e i periodi di disoccupazione involontaria, che frammentano le carriere interrompendo il conteggio degli anni attivi.
Il peso dell’inattività si concentra in particolare sulle donne italiane, per le quali la stima della vita professionale scende sotto la media nazionale complessiva di altri 4 anni, ampliando il divario di genere.