Garantire la stabilità dei conti pubblici senza comprimere eccessivamente il potere d’acquisto delle famiglie è il vero rebus dell’economia italiana. Un equilibrio precario, stretto tra i vincoli del nuovo Patto di Stabilità europeo e la necessità di tutelare i redditi dal carovita.
Il momento della verità per le buste paga è fissato al 20 settembre 2026. Entro questa data, infatti, il Ministero dell’Economia dovrà inviare a Bruxelles la revisione annuale del Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine, il documento che definisce la spesa pubblica del quadriennio tra il 2025 e il 2029 e da cui dipende la conferma degli sconti fiscali in vigore.
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La caccia alle coperture
Senza un’indicazione chiara e vincolante all’interno del Piano di settembre, dal 1° gennaio 2027 alcuni incentivi fiscali scadranno automaticamente. Ma congelare la pressione fiscale richiede risorse imponenti. Per confermare la riduzione del cuneo contributivo e il Fisco ridisegnato su tre aliquote serve una dote finanziaria di oltre 15 miliardi di euro all’anno: 10,7 miliardi sono assorbiti esclusivamente dal taglio in busta paga, mentre altri 4,3 miliardi servono a bloccare la prima aliquota Irpef al 23%.
Reperire questi fondi senza violare le regole del nuovo Patto di Stabilità richiede una scelta di fondo su dove prelevare le risorse. Uno studio che ha visto la collaborazione di diverse università ha sottolineato come un’aliquota aggiuntiva dell’1,3% sui patrimoni superiori ai 20 milioni di euro aumenterebbe il gettito fiscale di 10 miliardi. Una risorsa aggiuntiva sufficiente a finanziare e blindare il taglio del cuneo per i redditi medio-bassi.
Il costo della mancata proroga
Qualora il Governo non dovesse trovare coperture certe nel testo della manovra autunnale, dal prossimo anno il prelievo ordinario riprenderebbe immediatamente vigore. La decadenza delle norme temporanee farebbe scattare un rincaro fiscale automatico sui redditi medio-bassi: lo sconto contributivo verrebbe azzerato e la fascia di reddito compresa tra 15.000 e 28.000 euro tornerebbe ad essere tassata con l’aliquota ordinaria del 25%.
Una vera e propria contraddizione se si considera che il Governo sta lavorando all’ipotesi di allargare la seconda aliquota ai redditi fino a 60.000 euro, almeno per quanto riguarda la voce Irpef. Insomma, da un lato si fatica a trovare la dote per evitare il taglio degli stipendi dei lavoratori dipendenti, dall’altro si studia la revisione degli scaglioni per alleggerire il prelievo sui redditi medio-alti.
Come cambierebbero le buste paga
Per comprendere la posta in gioco alla scadenza di settembre, mettiamo a confronto il reddito netto mensile attualmente percepito con lo scenario di mancato rinnovo delle misure fiscali.
| Reddito annuo lordo | Assetto attuale | Mancata proroga | Variazione mensile netta |
| 15.000 euro | Sconto contributivo massimo | Ritorno all’aliquota contributiva piena | – 55 euro |
| 28.000 euro | Beneficio combinato cuneo e Irpef al 23% | Decadenza cuneo e ripristino Irpef al 25% | – 95 euro |
| 35.000 euro | Sconto contributivo e scaglione Irpef ridotto | Decadenza cuneo e ripristino Irpef al 25% | – 110 euro |
| 50.000 euro | Vantaggio limitato alla sola Irpef al 23% | Ripristino aliquota Irpef al 25% sul secondo scaglione | – 20 euro |
Perché la “flat tax” a scaglioni non appesantisce lo stipendio
Se l’impegno prioritario dell’esecutivo nel Piano di settembre sarà evitare un taglio netto delle retribuzioni, resta irrisolto il paradosso sulla reale portata di questa architettura fiscale. Resta difficile capire perché l’estensione dell’aliquota al 23% a oltre la metà dei contribuenti, che comprime la progressività costituzionale avvicinandosi a un’imposta piatta a scaglioni, venga descritta come una riforma espansiva.
Anche qualora le attuali condizioni venissero confermate per il 2027, si eviterà solo che gli stipendi netti subiscano un’ulteriore contrazione. In un contesto segnato da un’inflazione ballerina e dal drenaggio fiscale, stabilizzare la tassazione significherebbe offrire ai cittadini una difesa passiva. Non un trampolino di crescita, ma un argine difensivo, anche piuttosto fragile, per evitare che il potere d’acquisto del ceto medio cali ulteriormente.