Irpef, il 19% degli italiani sostiene il Fisco: le tasse sono regressive per il ceto medio

Uno studio presentato dal Cnel evidenzia lo squilibrio delle imposte sui redditi: la spesa pubblica grava sul lavoro dipendente e sui pensionati, mentre i più ricchi pagano meno.

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Dai dati del recente studio dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali sul gettito Irpef emerge che poco meno del 19% dei contribuenti copre da solo oltre il 65% dell’incasso complessivo dello Stato. Un’architettura simile scarica gran parte del carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni della fascia media.

Parallelamente, l’analisi sulla progressività mostra un meccanismo inverso: gli estremi della piramide patrimoniale beneficiano di regimi sostitutivi e imposte proporzionali sul capitale, lasciando al solo ceto medio la funzione di unico motore delle entrate pubbliche.

I numeri dello squilibrio fiscale in Italia

Secondo la rilevazione presentata al Cnel, la distribuzione dell’Irpef tra la popolazione si articola secondo precise fasce di contributo:

  • chi dichiara fino a 29.000 euro lordi annui costituisce il 69,78% dei contribuenti e versa il 21,33% dell’imposta complessiva;
  • la fascia compresa tra 29.000 e 35.000 euro rappresenta l’11,44% della popolazione e garantisce il 13,60% del gettito;
  • i contribuenti con redditi superiori a 35.000 euro, pari al 18,78% del totale, finanziano da soli il 65% dell’intera Irpef.

La tabella seguente illustra la ripartizione del carico fiscale per fasce di reddito, evidenziando il versamento medio pro capite e il contributo percentuale al gettito totale:

Fascia di reddito lordo Irpef media per contribuente Gettito totale generato Quota sul gettito Irpef totale
Fino a 7.500 euro 19 euro 0,15 miliardi euro 0,07%
Tra 7.500 e 15.000 euro 204 euro 1,51 miliardi euro 0,70%
Tra 15.000 e 20.000 euro 1.773 euro 8,49 miliardi euro 3,93%
Tra 20.000 e 26.000 euro 3.284 euro 21,84 miliardi euro 10,11%
Tra 26.000 e 29.000 euro 4.413 euro 13,24 miliardi euro 6,13%
Tra 29.000 e 35.000 euro N.D. 29,37 miliardi euro 13,60%
Tra 35.000 e 55.000 euro 9.815 euro 52,60 miliardi euro 24,35%
Tra 55.000 e 100.000 euro 20.634 euro 39,75 miliardi euro 18,40%
Oltre 100.000 euro 64.500 euro 48,06 miliardi euro 22,25%

La sigla N.D. per lo scaglione 29.000-35.000 euro viene utilizzata nel Rapporto come fascia di raccordo per indicare la quota percentuale complessiva, senza specificare l’importo medio pro capite.

I dati permettono di misurare lo scarto tra incassi e fabbisogno della macchina pubblica: a fronte dei circa 215 miliardi recuperati dall’Agenzia delle Entrate tramite l’imposta sui redditi, la spesa per sanità, assistenza sociale e servizi territoriali supera ogni anno i 325 miliardi di euro.

Proposte di correzione e distorsioni della progressività

Tra le opzioni al centro del dibattito istituzionale spicca l’ampliamento del secondo scaglione Irpef, con l’ipotesi di abbassare l’aliquota dal 43% al 33% per la fascia da 50.000 a 60.000 euro e la spinta delle rappresentanze di settore per spingere l’alleggerimento fiscale fino ai 100.000 euro. Sul primo passo dell’esecutivo è intervenuto il viceministro dell’Economia Maurizio Leo:

Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33 per cento.

Tuttavia, estendere i tagli delle aliquote fino alla fascia tra i 60.000 e i 100.000 euro, segnalata nel report come quella maggiormente penalizzata, può sollevare una questione di reale equità. Trattandosi di un’imposta che colpisce in modo quasi esclusivo lavoro dipendente e pensioni, gli interventi su queste soglie specifiche non andrebbero a beneficio del ceto medio diffuso, ma di una platea molto ristretta: la dirigenza pubblica, gli alti quadri dello Stato e i titolari di maxi-pensioni.

A questo elemento si affiancano altre criticità strutturali:

  • il superamento di determinate soglie reddituali determina il taglio immediato di detrazioni e bonus, generando aliquote marginali penalizzanti;
  • i redditi da capitale continuano a godere di tassazioni sostitutive e proporzionali ben più favorevoli rispetto agli scaglioni ordinari.

Verso la riforma dell’Isee

Un altro snodo cruciale riguarda la necessità di restituire all’Isee la funzione originaria di misuratore del reale disagio economico. Oggi la richiesta della certificazione interessa oltre 10 milioni di nuclei familiari, rendendo il sistema assistenziale eccessivamente frammentato.

Sulle distorsioni generate dal meccanismo delle prestazioni sociali è intervenuto Stefano Cuzzilla, presidente di Cida:

Pagare di più al crescere del reddito è progressività; perdere contemporaneamente detrazioni, agevolazioni e prestazioni può trasformarsi invece in una vera e propria benefit trap. Un welfare efficace deve proteggere chi è in difficoltà e accompagnarlo verso l’autonomia, non creare nuovi disincentivi al lavoro e alla crescita professionale.

Per superare l’effetto soglia, in cui un solo euro di guadagno aggiuntivo comporta la perdita di agevolazioni per importi superiori, le proposte di riforma convergono su tre interventi chiave:

  • creazione di una banca dati unica dell’assistenza presso l’Inps;
  • aggiornamento delle scale di equivalenza e dei criteri di valutazione patrimoniale;
  • adozione di meccanismi graduali di riduzione dei benefici al crescere del reddito.

È necessario ridistribuire il prelievo

La sfida principale rimane l’armonizzazione del prelievo tra le varie tipologie di reddito per evitare che la crescita professionale si traduca in una penalizzazione economica.

Sull’effetto disincentivante della progressività occulta si è espresso anche Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali:

All’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni da parte di Stato, Regioni e Comuni?.

Ripensare la progressività riducendo le aliquote anche per le fasce retributive da 60.000 a 100.000 euro rischia tuttavia di non sanare le debolezze della finanza pubblica. Se per decenni l’imposta sui redditi è servita da ammortizzatore sociale, destinare le poche risorse disponibili a tutela delle retribuzioni di vertice e delle rendite pensionistiche consolidate non appare la strada prioritaria per assicurare la tenuta dei conti e l’equità complessiva del sistema.