Missile sull’ospedale a Kiev, un’azienda italiana ne ha prodotto i chip: Mef azionista

Un'azienda il cui azionista principale è il Mef avrebbe prodotto alcuni chip presenti nel missile russo che ha colpito l'ospedale pediatrico di Kiev

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Matteo Runchi

Editor esperto di economia e attualità

Redattore esperto di tecnologia e esteri, scrive di attualità, cronaca ed economia

Un rapporto del KSE Institute ha rivelato che all’interno dei missili balistici russi Kh-101, il modello che ha colpito l’ospedale pediatrico di Kiev l’8 luglio scorso, sono presenti una dozzina di componenti elettroniche occidentali, per lo più pensate per l’uso civile. Due di queste sarebbero riconducibili all’azienda italo-francese STMicroelectronics (ST), il cui primo azionista è, attraverso una società controllata, il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano.

I prodotti di ST trovati all’interno del missile non sono però pensati per l’utilizzo militare. La Russia è da tempo esclusa dal mercato occidentale delle componenti elettroniche per la difesa grazie alle sanzioni. Per sopperire  a queste mancanze, però, acquisterebbe chip, anche datati e pensati per l’uso civile, dalla Cina. Tra questi ci sarebbero anche quelli di ST, oltre che alcuni di Intel e di altre due aziende americane.

Le componenti occidentali nel missile russo che ha colpito l’ospedale pediatrico di Kiev

Dopo il recente attacco missilistico russo su Kiev, nel quale un missile balistico Kh-101 ha colpito un ospedale pediatrico della capitale ucraina, è emerso all’interno di un articolo del Financial Times un rapporto del KSE Institute, che fa capo alla Kyev School of Economics, in cui vengono elencate tutte le componenti elettroniche occidentali presenti all’interno dell’arma utilizzata da Mosca.

L’attacco, avvenuto l’8 luglio, faceva parte di uno dei bombardamenti più significativi degli ultimi mesi su strutture civili ucraine da parte della Russia. In tutto il Paese sono morte 41 persone e 140 sono rimaste ferite. Due adulti, tra cui un medico, sono deceduti nel crollo parziale di uno degli edifici dell’ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kiev, colpito da un missile Kh-101. Tra i feriti anche sette bambini, pazienti della struttura.

Dentro ai missili balistici russi sono presenti prodotti di diverse aziende occidentali. La maggior parte, 14 secondo la ricostruzione del KSE Institute, proviene da marchi statunitensi come Intel, Texas Instruments e Analog Devices. Due invece sarebbero riconducibili a un’azienda europea, STMicroelectronics, che ha un grosso stabilimento anche in Italia, a Catania.

Chi controlla STMicroelectronics: dal Mef ai piccoli azionisti

L’articolo del Financial Times cita STMicroelectronics come un’azienda “con sede in Svizzera”, mentre la società azionista di maggioranza è di diritto olandese. Basta però controllare la storia di ST per rendersi conto che le sue radici si trovano in Francia e in Italia. Nasce infatti nel 1987, dalla fusione della francese Thomson e di SGS, azienda di microelettronica italiana controllata da STET, la società telefonica dell’IRI.

Oggi STMicroelectronics è diventata un colosso da 17,24 miliardi di dollari di fatturato nel 2023. Uno dei suoi stabilimenti italiani, quello di Catania dà lavoro a più di 5mila persone e ha recentemente ricevuto l’ok da parte dell’Ue per un investimento pubblico da 5 miliardi di euro. Ma la sua connessione con il nostro Paese è più profonda della sola presenza industriale. Per capire quanto ST sia italiana bisogna, però, guardare al suo azionariato.

Per quasi il 70%, STMicroelectronics somiglia a una società ad azionariato diffuso. Significa che, per quanto riguarda questa parte delle azioni, non solo non esiste un soggetto con una maggioranza assoluta ma l’intera quota è detenuta da azionisti piccoli o piccolissimi. Il più importante è DNCA, una società finanziaria francese che controlla lo 0,68% delle azioni di ST. Nella lista figurano però anche Mediolanum e Fideuram, con percentuali inferiori allo 0,3%.

Poco più del 28% dell’azienda è però in mano a una holding che porta lo stesso nome della società. In questo contesto il controllo del 28% delle azioni, pur non maggioritario, è molto importante, data la frammentarietà dell’assetto del resto delle quote. STMicroelectronics Holding è controllata per il 50% da FT1CI, francese, le cui azioni sono in mano a Bpifrance, la banca per gli investimenti dello Stato francese, per il 95%, mentre il restante 5% è dell’Agenzia atomica francese. È l’altra metà di FT1CI che rende ST italiana. Quelle azioni sono infatti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), quindi dello Stato italiano. 

La risposta di STMicroelectronics dopo la scoperta: “Non attivi in Russia”

STMicroelectronics ha presto risposto al coinvolgimento indiretto nella tecnologia bellica russa. Con una nota ha chiarito che l’azienda lavora con più di 200mila clienti e migliaia di partner nel mondo. “Non autorizziamo e non condoniamo l’uso dei nostri prodotti al di fuori dello scopo per cui sono intesi”, ha sottolineato.

Il produttore, fa sapere, segue un programma di conformità alle norme del commercio in tutti i Paesi in cui opera e attraverso questo programma rispetta tutte le regole e normative del commercio internazionale. Nel dettaglio:

Abbiamo un programma interno di conformità al controllo delle esportazioni che prevede formazione e procedure per garantire la conformità alle varie normative in materia di controllo delle esportazioni.

L’azienda, dal 2022, ha intrapreso azioni per conformarsi ai nuovi requisiti previsti dai pacchetti di sanzioni contro la Russia. Da quel momento, spiega in conclusione la nota: “Non abbiamo più attività in Russia“.

Le strategie della Russia per aggirare le sanzioni

Lo stesso rapporto del KSE Institute chiarisce che, stando alle ricostruzioni, non ci sarebbero stati rapporti diretti tra l’esercito russo e le aziende i cui prodotti sono stati trovati nel Kh-101. Si tratta però di un indizio su come Mosca stia aggirando le sanzioni occidentali che dal 2022 le impediscono di accedere ai mercati internazionali per diversi prodotti fondamentali all’industria bellica.

I chip di Intel, STMicroelectronics e delle altre aziende occidentali trovati nel missile balistico russo non sono stati creati per il mercato della difesa. Si tratta di prodotti per uso civile, molto diffusi e spesso altrettanto datati. Per questa ragione, per la Russia è molto semplice trovarli su mercati meno ostili di quelli occidentali, principalmente quello cinese ma anche in Malesia, Filippine, Thailandia e Taiwan, oltre ad altri per il momento ancora sconosciuti.

La combinazione dell’acquisto all’estero e dell’utilizzo civile di queste componenti permette all’esercito russo di rifornirsi dei chip necessari per il funzionamento dei suoi armamenti senza che le sanzioni occidentali possano fermarlo. Un’applicazione più omogenea dei divieti proposti dall’occidente, soprattutto da parte della Cina, isolerebbe definitivamente la Russia, che non ha al proprio interno le capacità industriali o le competenze in campo tecnologico per sostenere una produzione bellica in netta crescita.

L’esempio dell’aumento rapidissimo dello sforzo bellico in Russia lo porta proprio la produzione di Kh-101. Nel 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto inizio, nonostante fosse prevista una missione impegnativa dal punto di vista militare, Mosca produceva 51 Kh-101 ogni anno. Nel 2023 è stata invece in grado di fabbricarne 420, aumentando l’output di più di 8 volte.

Le sanzioni occidentali hanno avuto effetto soprattutto sulle armi russe più sofisticate. Senza le componenti più avanzate, prodotte quasi esclusivamente dalle grandi aziende occidentali, i sistemi più complessi hanno molta difficoltà a funzionare. I missili da crociera di Mosca, efficaci ma molto costosi, falliscono prima di arrivare anche solo in prossimità del loro obiettivo una volta ogni 5 lanci.

Armi più semplici come il Kh-101, però, possono ancora essere prodotte in massa. Basta sfruttare i metodi di aggiramento delle sanzioni che hanno portato all’interno dei missili che hanno bombardato Kiev, i prodotti di un’azienda i cui azionisti principali sono Italia e Francia, tra i Paesi che hanno più sostenuto l’Ucraina. In questo modo il Cremlino può continuare ad attaccare il fronte e le strutture civili in maniera efficace, sfruttando la quantità invece della qualità.