Ucraina, Orban vola a Kiev da Zelensky: ma l’Ungheria è tutto fuorché un alleato

Il premier ungherese e il presidente ucraino rilanciano la cooperazione tra i due Paesi. Orban chiede un cessate il fuoco immediato, Zelensky una pace giusta. Ma Budapest persegue unicamente i suoi interessi

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

Per la prima volta dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, Viktor Orban si è recato in visita a Kiev. Il giorno dopo l’inizio del semestre dell’Ungheria alla presidenza di turno del Consiglio Ue, il premier ha incontrato Volodymyr Zelensky, lanciando un appello per il cessate il fuoco immediato.

L’Ungheria è però acrobata della diplomazia, alleata soltanto di se stessa, con forti e dichiarati legami col Cremlino. Dal lungo veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato alle opposizione in sede Ue, Budapest continua a giocare la sua partita cercando di trarre vantaggio da entrambi gli schieramenti.

La visita di Orban da Zelensky in Ucraina

La priorità è creare le condizioni per “accelerare i negoziati” tra Russia e Ucraina. Viktor Orban è un volpone e non ha mancato di sottolineare che l’Unione europea “deve mantenere il sostegno militare” al Paese invaso. Fino al raggiungimento, ha evidenziato Volodymyr Zelensky, di “una pace giusta”. Due parole in particolare pronunciate dal premier ungherese sono state particolarmente apprezzate dal presidente ucraino: il “noi”, quando ha parlato dei Paesi europei impegnati nel supporto a Kiev, e “terrore”, quando si è riferito alla condotta russa. Non solo: Orban ha detto che la pace in Ucraina sarà la questione principale dei prossimi sei mesi di presidenza ungherese in sede Ue. La stessa sede in cui, però, il leader ha lanciato il gruppo sovranista dei Patrioti europei.

La tattica diplomatica di Orban si spinge anche oltre. L’Ungheria intende firmare un accordo di cooperazione globale con l’Ucraina, simile a quelli in vigore tra Budapest e altri Stati vicini. “Vogliamo migliorare le relazioni tra i nostri Paesi”, ha affermato. Mosca, dal canto suo, ha sottolineato di “non nutrire alcuna aspettativa” in merito alla visita del premier ungherese a Kiev. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, “è chiaro che Budapest, che ha assunto la presidenza della Ue, debba svolgere le sue funzioni”. La Russia è una grande potenza e sa benissimo cosa vuol dire giocare su più fronti, anche in maniera apparentemente contraddittoria. Comprendendo bene, dunque, che durante colloqui organizzati in ambito europeo “sono le responsabilità nel contesto degli interessi di Bruxelles a prevalere”. Di fatto, per il Cremlino l’Ungheria non è percepita come una minaccia o un Paese ostile, al contrario del resto del blocco comunitario.

Cosa vuole davvero l’Ungheria di Viktor Orban

Se da un lato Orban mantiene vivo e aperto, e apparentemente sano, il dialogo con Zelensky, dall’altro è ancora più vero che non ha alcuna intenzione di sganciarsi dall’asse con Vladimir Putin. La Russia è un partner cruciale per Budapest, dal punto di vista sia economico sia geopolitico. Un esempio: nel 2014 il Paese siglò un accordo bilaterale con Rosatom per la costruzione di un nuovo reattore nell’unica centrale nucleare di Paks. La percezione magiara che Mosca non rappresenti una minaccia è essenzialmente geografica: tra i due Paesi ci sono in mezzo i Carpazi, barriera orografica naturale che scherma eventuali invasioni. Gira e rigira sono (anche) questi fattori a orientare il sentimento dei popoli. Lontano da microfoni e telecamere, Orban e l’Ungheria considerano legittime le istanze russe riguardo all’Ucraina, compresa l’operazione militare. Tra le azioni sommerse di Budapest, inoltre, va menzionata anche la fornitura sottobanco di passaporti ungheresi, e quindi libera circolazione sul territorio Ue, a cittadini russi e ucraini. A ennesima riprova dell’equilibrismo del Paese.

Non dimentichiamo, poi, che l’Ungheria ha la memoria lunga. Fino a poco più di un secolo fa era un regno parte di un impero, e per questo si immagina grande. Anche dal punto di vista territoriale, forte delle minoranze ungheresi che oggi vivono in Ucraina, Slovacchia, Romania, Serbia e Croazia. Le istanze nazionali viaggiano su binari diversi, per lunghi tratti paralleli, rispetto al percorso dell’Unione europea. Quest’ultima è infatti percepita come autentica avversaria esistenziale, in quanto braccio politico degli Usa in Europa, non però da combattere, ma da riformare dall’interno. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono un “male necessario” per la stabilità in Europa Centrale. Al contrario della Francia, che invece è la principale forza di opposizione allo spostamento del baricentro di Ue e Nato verso Est. Il restante mosaico comunitario è un risiko di alleati scomodi e avversari utili:

  • la Germania, seppur in crisi, è ottimo partner industriale ma paladina di istanze liberali indigeste;
  • Austria e Romania sono concorrenti per un maggiore peso nell’Ue;
  • l’Italia è invece complementare dal punto di vista dell’orientamento politico, ma avversaria per quanto riguarda gli interessi strategici nei Balcani;
  • l’Ucraina è utile per aumentare l’influenza ungherese a Bruxelles, specie durante l’attuale presidenza di turno, ma per Budapest è vitale che Kiev non entri in Ue e Nato assumendo così importanza maggiore come ultimo baluardo a Est;
  • la Turchia è una potenza da tenere buona e lontana, in quanto possibile passaggio (a convenienza) di ondate migratorie che destabilizzerebbero la società ungherse.

Ci sono poi i Paesi dell’Europa Centrale, che secondo la dottrina Orban devono costituire un blocco compatto per arginare disegni Ue non graditi a Budapest. Da qui la creazione del cosiddetto Gruppo Visegrad, che lega gli Stati entrati tutti nell’Unione nel 2004 non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale. Radici che affondano nel Medioevo, come suggerisce il toponimo Visegrad: città castello in cui i leader della fu Cecoslovacchia, di Ungheria e Polonia si incontrarono il 15 febbraio 1991 per rilanciare un’intesa nata nel 1335 tra Giovanni I di Boemia, Carlo I d’Ungheria e Casimiro III di Polonia. Un fronte che la guerra d’Ucraina sembra tuttavia aver incrinato: da un lato Polonia e Repubblica Ceca hanno evidenziato posizioni di supporto a Kiev, in virtù dell’odio atavico e strategico verso la Russia, mentre Slovacchia e Ungheria guardano con maggiore intensità a Mosca.

Il ruolo mediano, e potenzialmente mediatore, che conserva nel conflitto ucraino e nella contesa russo-americana è un dossier primario per l’Ungheria. Un’eventuale vittoria di Kiev andrebbe contro gli interessi di Budapest, che vedrebbe i confini modificati e la questione della Transcarpazia (ucraina, ma abitata da 150mila magiari) esplodere nuovamente. Allo stesso modo, se a vincere fosse Mosca il Paese di Orban si troverebbe in una situazione scomoda, tra gli Usa che correranno ai ripari aumentando la loro presa sull’Europa e la Russia dall’altra parte ad allentare la sua presenza in Europa Centrale.