Furto di dati Revolut da una Pec del Ministero dell’Interno italiano: 680 clienti a rischio

Breccia nei sistemi fintech della seconda Banca scelta dagli italiani: gli hacker di IAmNotVIllain hanno inviato un falso ordine di indagine e hanno così sottratto dati e file riservati.

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Mentre le istituzioni moltiplicano le campagne informative su come riconoscere i tentativi di furti d’identità e proteggersi dai pericoli delle frodi online, l’attualità dimostra che l’imprudenza può colpire a qualsiasi livello. Questa volta a cadere nella trappola sarebbe stata Revolut, il colosso fintech da 80 milioni di clienti e oltre 100 miliardi di valutazione, finito al centro di un presunto furto di dati riservati appartenenti a centinaia di correntisti facoltosi.

A rendere la vicenda una questione di primaria rilevanza non è solo la caratura del bersaglio, ma l’insolito cavallo di Troia che gli hacker avrebbero utilizzato: un canale informatico ufficiale riconducibile direttamente al Ministero dell’Interno italiano.

Il primo allarme

L’intricata vicenda ha iniziato a venire a galla lo scorso 12 settembre, quando Revolut ha riscontrato una violazione informatica e ha inviato le prime comunicazioni d’emergenza agli utenti coinvolti per avvisarli del potenziale rischio sui loro dati personali.

La portata dell’attacco si sarebbe rivelata fin da subito ingente. Secondo le indiscrezioni emerse, i malintenzionati sarebbero riusciti a sottrarre un consistente volume di dati riguardanti circa 680 clienti dell’istituto. Tra le informazioni esfiltrate figurerebbero dati anagrafici, indirizzi di residenza, documenti d’identità, estratti conto, dettagli sulle transazioni in criptovalute e persino i selfie usati per il riconoscimento biometrico. Tra le presunte vittime accertate compaiono profili di alto livello come il tennista Alexander Shevchenko, il Ceo di Gamdom Felix Römer e l’ex amministratore delegato di Mt. Gox Mark Karpelès.

Come sarebbe stato architettato l’attacco

A rendere l’incursione particolarmente complessa non sarebbe stata una falla nei server centrali della banca online, ma un’elaborata operazione di impersonamento ad altissimo livello. Gli hacker del gruppo noto come IAmNotAVillain avrebbero ingannato i controlli di Revolut sfruttando l’indirizzo di posta elettronica certificata appartenente a un ufficio delle Forze dell’Ordine italiane.

Secondo le prime ricostruzioni, il raggiro sarebbe stato preparato con mesi di anticipo attraverso una serie di passaggi:

  • un malware in grado di rubare i dati si sarebbe infiltrato nel computer di un dipendente governativo, consentendo ai pirati informatici di sottrarre le credenziali d’accesso alla casella di posta elettronica certificata;
  • gli hacker avrebbero successivamente impostato un indirizzo di recupero privato, per garantirsi un accesso prolungato nel tempo senza destare sospetti;
  • sfruttando il canale ufficiale dell’ente di pubblica sicurezza, i malintenzionati avrebbero inviato a Revolut un falso Ordine Europeo di Indagine, richiedendo formalmente la trasmissione dei dati riservati dei clienti.

Ritenendo di rispondere a un atto formale inviato da un’autorità giudiziaria e investigativa legittimata, Revolut avrebbe così rilasciato i pacchetti di dati senza svolgere ulteriori verifiche incrociate.

Cosa hanno richiesto gli hacker

Ottenuti i file, il gruppo IAmNotAVillain ha aperto una pagina web dedicata dove ha iniziato a pubblicare estratti del materiale sottratto per dimostrare la riuscita dell’operazione.

L’obiettivo dei cybercriminali appare di natura estorsiva: il gruppo ha infatti minacciato di divulgare quotidianamente un nuovo pacchetto di dati riservati qualora la società non provvederà a pagare il riscatto richiesto. Nel frattempo, gli aggressori hanno sostenuto di essere in possesso di abbondante materiale interno sottratto dal sistema governativo italiano, inclusi file d’ufficio e comunicazioni private.

L’interrogazione parlamentare e gli scenari europei

La notizia del presunto hackeraggio compiuto attraverso una casella di posta di Stato ha sollevato un’ondata di forte preoccupazione sulla tenuta dei sistemi informatici del Paese. La vicenda è approdata direttamente in Parlamento tramite un’interrogazione urgente promossa dalla deputata di Azione Giulia Pastorella.

Al centro dell’atto parlamentare c’è la richiesta di far piena luce sulle reali vulnerabilità dell’infrastruttura del Ministero dell’Interno. L’obiettivo è chiarire se le autorità fossero a conoscenza dell’intrusione, quali contromisure immediate siano state adottate per arginare il malware e come si intenda evitare che i canali di Stato possano venire riutilizzati per scopi illeciti.

Nel frattempo, la vicenda rischia di varcare i confini nazionali per approdare sui tavoli di Bruxelles. Qualora venisse confermato l’uso improprio di un Ordine Europeo di Indagine, potrebbero attivarsi le autorità di vigilanza dell’Unione Europea, a partire dall’Enisa per la cybersicurezza e dall’Edpb per la protezione dei dati, aprendo un delicato fascicolo sull’adeguatezza delle procedure di verifica transfrontaliere e sugli standard di sicurezza informatica istituzionali.