In Italia si lavora sempre più a lungo e l’uscita effettiva dal mercato del lavoro tende a spostarsi in avanti. Il fenomeno emerge anche dai dati del XXV Rapporto annuale dell’Inps, che fotografa un mercato del lavoro caratterizzato da un progressivo invecchiamento degli occupati e da forti differenze tra uomini e donne. I dati segnalano una permanenza più lunga al lavoro, soprattutto tra le fasce più mature. Il tema riguarda da vicino anche le pensioni. Carriere più lunghe non sempre corrispondono a pensioni più alte e le donne risultano più penalizzate: gli assegni pensionistici femminili sono mediamente inferiori del 34% rispetto a quelli degli uomini.
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Pensioni, italiani lasciano lavoro sempre più anziani
Sono oltre 21 milioni i dipendenti in Italia nel 2025. Rispetto all’anno precedente, l’aumento è stato dell’1,2%, un valore inferiore a quello medio (tasso medio annuo) dell’intero periodo 2019-2025 (+1,6%). All’aumento dei dipendenti si è accompagnato un modestissimo aumento del numero medio di giornate retribuite (+0,2%).
Questi alcuni dati del Rapporto Inps che ha svelato che in Italia ci sono 16,4 milioni di pensionati, di cui 8 milioni uomini e 8,4 milioni donne. In Italia gli assegni di pensione degli uomini sono del 34% superiori a quelli delle donne: 2.166 euro contro 1.619 euro,
L’età effettiva di pensionamento è aumentata: da 61,7 anni nel 2012 a 64,7 nel 2025 (64,5 nel 2024; lavoratori dipendenti). La pensione di vecchiaia si è così allineata al requisito ordinario (67 anni dal 2019): nel 2025 è circa 67,1 anni per gli uomini e 67,3 per le donne. Le settimane contributive medie delle pensioni anticipate passano a 1830 nel 1995 a oltre 2.220 nel 2025.
Perché le donne sono più penalizzate nelle pensioni
Il divario pensionistico tra uomini e donne deriva da più fattori. Secondo il Rapporto, le donne hanno spesso carriere più discontinue, anche per periodi dedicati alla cura dei figli, dei familiari anziani o di persone non autosufficienti. A questo si aggiungono una maggiore diffusione del part time, salari medi più bassi e una presenza più forte in settori meno retribuiti.
Il risultato è una contribuzione più bassa nel corso degli anni. Nel sistema contributivo, l’importo della pensione dipende in larga misura da quanto è stato versato durante la vita lavorativa. Se i contributi sono ridotti, anche l’assegno finale tende a essere più basso. Per questo le donne percepiscono pensioni mediamente inferiori rispetto agli uomini. Il divario indicato è pari al 34% in meno, un dato che riflette differenze accumulate nel mercato del lavoro molto prima dell’uscita pensionistica.
Uscita dal lavoro sempre più tardi
L’aumento dell’età media degli occupati segnala una tendenza più ampia: l’uscita dal lavoro avviene sempre più tardi o comunque dopo percorsi più lunghi. Per molti lavoratori, restare attivi più a lungo è una necessità legata alla costruzione dei requisiti previdenziali o alla volontà di aumentare l’importo futuro della pensione.
Il punto critico riguarda però la qualità del lavoro svolto prima della pensione. Se gli ultimi anni di attività sono caratterizzati da basse retribuzioni, orari ridotti o carriere discontinue, l’effetto sull’assegno finale può restare limitato. Il dato sulle donne conferma questa criticità. La maggiore penalizzazione pensionistica non nasce al momento del pensionamento, ma si forma nel corso dell’intera vita lavorativa attraverso differenze salariali, contrattuali e contributive.