Pensioni, ipotesi due quote: cosa può cambiare?

La proposta formulata dal Presidente Tridico per andare incontro al problema degli assegni destinati a diventare sempre più bassi.

Ufficiale ormai l’addio a Quota 100, la misura a trazione leghista, cancellata dal PNRR, si continua a ragionare di pensioni, tema sempre caldissimo.

Una ipotesi di riforma del sistema pensionistico che vada incontro al problema di assegni destinati a diventare sempre più bassi potrebbe essere quella di una “divisione della quota pensione in due quote: retributiva e contributiva”. Lo ha spiegato il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico nel suo intervento al seminario “Pensioni, 30 anni di riforme”.

Pensioni, il doppio binario

La proposta  prevede un “anticipo pensionistico solo per la parte contributiva: 62/63 anni e 20 anni di contributi. Il resto (la quota retributiva) la si ottiene a 67 anni”. Si prevede “1 anno in meno per ogni figlio per madri lavoratrici, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente e 1 anno in meno per ogni 10 anni di lavori usuranti/gravosi, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente (semplificando la certificazione)”. Inoltre il “blocco delle aspettative di vita per coorti”

Il numero uno dell’Istituto di Previdenza ha anche sottolineato che “si rende necessario un intervento strutturale di sostegno alle pensioni basse. Si potrebbe prevedere un valore soglia in corrispondenza di un requisito contributivo minimo di 20 anni più una cifra fissa per ogni anno di contribuzione aggiuntiva fino a un tetto massimo (in alternativa un incremento annuo in percentuale in funzione dell’anzianità contributiva). Un’alternativa è collegare il calcolo della soglia alla maturazione dei requisiti di anzianità contributiva e anagrafica”.

Com’è andata Quota 100

Oltre 280mila (per la precisione 286.226) le domande accolte per il pensionamento con Quota 100 alla data del 2 marzo. Il dato è stato fornito da Tridico che ha anche  sottolineato che la riforma è costata in “tre anni 10 miliardi” sui 19 previsti. I dipendenti pubblici sono stati 86.013, quelli privati 141.137 mentre gli autonomi 58.976. Le risorse non spese, ha aggiunto, “sono state già rimandate al Mef in economia, e non sono disponibili nelle casse dell’istituto”.

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