Sta tornando al centro del dibattito previdenziale la proposta di consentire al personale scolastico di andare in pensione a 60 anni. A rilanciare l’ipotesi è Anief, che chiede l’apertura di una finestra pensionistica dedicata a docenti di scuola secondaria e universitari, personale ausiliario e ricercatori.
La questione viene posta nel momento in cui si stanno aggiornando le liste degli idonei all’Ape, una forma di pensionamento anticipato possibile anche quando si è svolto un lavoro usurante. L’obiettivo del sindacato autonomo è di ampliare le tutele per il comparto scuola, sempre più ad alto impatto psicofisico.
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Chi può già andare in pensione e chi ne resta escluso
Oggi alcune categorie del comparto scuola possono già accedere a forme di pensionamento anticipato o agevolazioni, come il personale della scuola dell’infanzia, primaria e alcune figure del personale ausiliario.
Restano attualmente esclusi dalla possibilità di interrompere l’attività lavorativa per oggettivi limiti di età:
- i docenti della scuola secondaria;
- il personale amministrativo;
- i docenti universitari;
- i ricercatori.
È proprio su questa differenza che si concentra la richiesta di estensione avanzata dall’Associazione nazionale insegnanti e formatori.
Burnout e invecchiamento del personale
Alla base della proposta del sindacato c’è il tema del burnout, una forma di stress sempre più comune anche nel settore scolastico. Lungi dall’essere limitato alle lezioni frontali, il lavoro a scuola è sempre più caratterizzato da carichi burocratici piuttosto elevati, responsabilità crescenti e gestione di classi sempre più numerose.
Un elemento particolarmente critico è l’età media elevata del personale. Molti docenti restano in servizio ben oltre i 60 anni. Una condizione che inevitabilmente incide sulla qualità del lavoro. Per quanto formatori e insegnanti siano meno esposti ad invecchiamento sociale proprio per l’interazione quotidiana con le nuove generazioni, comunque stare al passo coi tempi è una sfida quasi impossibile se a dividere alunni da docenti ci sono quasi due generazioni.
La proposta: uscita a 60 anni e pensione contributiva piena
Il modello proposto prevede la possibilità di andare in pensione a 60 anni con il riconoscimento pieno dei contributi maturati, senza penalizzazioni sull’assegno.
La misura sarebbe volontaria. Chi non aderisce può continuare a lavorare fino ai 67 anni con un cambio di mansioni, declinate al tutoraggio e al supporto dei nuovi docenti, comunque escludendo il tradizionale lavoro in classe.
Come riscattare la laurea e quanto costa
Uno dei temi collegati alla proposta riguarda il riscatto della laurea, spesso utilizzato per aumentare i contributi e anticipare l’uscita dal lavoro.
Secondo le più recenti stime dell’Inps, nel 2026 il costo del riscatto varia in base alla modalità scelta:
- circa 6.200 euro per ogni anno di università per il riscatto agevolato;
- da circa 10.000 a oltre 20.000 euro per anno, in base a reddito, età e posizione contributiva per il riscatto ordinario.
Il pagamento può avvenire in un’unica soluzione oppure in rate spalmante in 10 anni. Il meccanismo è interamente contributivo per la maggior parte dei casi recenti, con effetti diretti sull’importo della pensione futura.
Qual è l’impatto sui conti pubblici
Questo tipo di proposta deve trovare un bilanciamento tra tutela dei lavoratori e sostenibilità del sistema previdenziale. Il riconoscimento del lavoro scolastico come gravoso, soprattutto per chi è impiegato nella scuola dell’obbligo, è un tema aperto da anni. Dall’altro, andare incontro a questa categoria di lavoratori significherebbe gravare ulteriormente su un sistema pensionistico già sotto pressione per l’invecchiamento della popolazione.
Secondo il sindacato sono almeno 1,4 milioni i lavoratori che potrebbero beneficiare di un’eventuale finestra per l’uscita dalla Scuola. Forse più di quanti riuscirebbe ad assorbirne il sistema previdenziale italiano.