Di Maio: “Taglio pensioni d’oro e aumento minime”: cosa cambierebbe

Il ministro del Lavoro ha ipotizzato il taglio delle pensioni di fascia alta per consentire l'adeguamento degli assegni più esigui

All’indomani dell’insediamento del nuovo Governo guidato da Conte, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha annunciato su Facebook importanti novità in merito alle pensioni minime, ma anche alle cosiddette pensioni d’oro.

Secondo il leader del Movimento Cinque Stelle, le manovre da dover attuare in maniera contestuale sono due: l’innalzamento dell’assegno minimo di previdenza sociale e l’inserimento di un tetto massimo per le pensioni di fascia massima, con un tetto tra i 4 o 5 mila euro. I calcoli del titolare del Ministero del Lavoro sbloccherebbero i fondi necessari per migliorare le condizioni dei pensionati con la minima.

Secondo i dati forniti dall’INPS, infatti, nel 2017 sono oltre 20.000 i pensionati che hanno ricevuto assegni superiori ai 3.000 euro al mese, con una crescita netta di 4.000 unità in confronto al 2016. Al contempo, sono diminuite le pensioni minime da 500 euro di quasi 7.000 unità, così come gli assegni tra i 500 e i 1.000 euro. Per consentire di migliorare le condizioni di vita di questi pensionati, Di Maio intende abbassare gli assegni corrisposti ai cosiddetti Paperoni, per i quali la pensione incide mediamente tra il 13 e il 40% delle entrate complessive, come evidenziato dalle dichiarazioni dei redditi.

Gli esperti del settore, però, pur sottolineando l’equità della misura sulle pensioni d’oro, hanno evidenziato che il risparmio per le casse dello stato sarebbe di appena 490 milioni di euro, a cui però sarebbe necessario sottrarre una parte della tassazione Irpef. Alla luce di queste cifre, sarebbe possibile racimolare poco meno di un terzo dei fondi necessari a finanziare la nuova riforma delle pensioni.

La proposta di Di Maio riprende parzialmente quanto già ipotizzato in fase di campagna elettorale sia dal Partito Democratico che da Forza Italia, ma per la manovra entrambi gli schieramenti prevedevano cifre importanti, da 1 a quattro miliardi. È vero, però, che gran parte delle pensioni, soprattutto quelle di fascia bassa, hanno un valore finanziario superiore del 20-25% rispetto ai contributi versati, situazione giustificabile dalla volata lunga per trasformare l’intero sistema pensionistico in contributivo e dalla longevità dei pensionati italiani. Lo squilibrio contributivo potrebbe essere addebitato proprio ai più ricchi, che potrebbero quindi farsi indirettamente carico delle difficoltà economiche dei pensionati meno abbienti. Qualora la riforma pensionistica dovesse andare in porto, però, sarebbe necessario ricalibrare i conti per valutare l’impatto dell’innalzamento delle pensioni sulle già compromesse casse dello Stato italiano.

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