La produzione di fico d’India è a rischio, cosa sta succedendo in Sicilia

Sotto pressione anche una delle piante simbolo dell’agricoltura siciliana, una risorsa economica da milioni di euro a rischio

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Il fico d’India è da sempre considerato una delle piante più resistenti alla siccità, capace di crescere anche in terreni aridi e di sopportare condizioni climatiche difficili. Eppure, neanche questa coltura sembra più al riparo dagli effetti del cambiamento climatico che, soprattutto in Sicilia, sta mettendo alla prova la capacità di adattamento della pianta.

Perché anche il fico d’India è a rischio

Il fico d’India, appartenente alla famiglia delle Cactaceae, è una pianta che ha sviluppato meccanismi di adattamento alla scarsità d’acqua. I suoi cladodi, comunemente chiamati pale, sono infatti fusti appiattiti che immagazzinano acqua e permettono alla pianta di affrontare periodi di ridotta disponibilità idrica. Si tratta di una caratteristica che lo rende particolarmente adatto ai territori mediterranei e alle aree caratterizzate da estati asciutte, e anche per questo la sua produzione va particolarmente forte in Sicilia.

La resistenza alla siccità, tuttavia, non significa che la coltura possa continuare a sopravvivere senza risentire delle temperature estreme e delle prolungate carenze d’acqua che hanno caratterizzato le ultime estati. Anche una pianta particolarmente resistente può subire conseguenze quando le condizioni ambientali diventano troppo difficili o si protraggono nel tempo. Caldo e precipitazioni sempre più irregolari, in particolare, possono influire sulla fioritura e sulla crescita dei frutti, fino ad avere ripercussioni sulla quantità e qualità del raccolto.

Tutto ciò, per le aziende agricole, si traduce in:

  • flessione delle rese;
  • minori quantitativi da commercializzare;
  • maggiori difficoltà nel programmare la produzione.

Quanto vale il comparto

Negli ultimi decenni, il fico d’india si è trasformato da alimento popolare a coltura specializzata, capace di generare fatturato, occupazione stagionale ed esportazioni. Questa coltura ha un peso economico soprattutto a San Cono, in provincia di Catania, comune che si è guadagnato il titolo di capitale mondiale del ficodindia grazie alla concentrazione delle aziende e all’estensione delle superfici dedicate alla produzione.

Secondo i dati riportati da Gambero Rosso – che comprendono anche il comprensorio formato da Piazza Armerina, Mazzarino e San Michele di Ganzaria – il comparto raggiunge:

  • circa 2.500 ettari coltivati;
  • oltre 400 aziende agricole;
  • una produzione annua di circa 400.000 quintali.

Il volume d’affari stimato si colloca tra 15 e 20 milioni di euro e l’impatto occupazionale è particolarmente rilevante nei periodi di maggiore attività. La raccolta può arrivare a impiegare oltre 2.000 lavoratori stagionali al giorno.

Cosa sta succedendo in Sicilia

Numeri alla mano, è facile capire perché la crisi del fico d’Inda preoccupa molti operatori in Sicilia. Nei territorio dove la produzione gioca un ruolo così centrale per lavoro ed economica – come a San Cono – le conseguenze potenziali non si limitano ai raccolti. Una minore produzione può incidere sul reddito delle aziende, sul lavoro stagionale e sulle esportazioni, che rappresentano circa il 50% del fatturato del comparto secondo la stessa fonte.

La crisi climatica rappresenti un problema anche per l’identità produttiva dell’isola. Proteggere il fico d’India significa preservare una coltura tradizionale, ma anche difendere un’attività agricola che negli anni ha costruito un proprio spazio commerciale e un sistema di competenze specifiche. In particolare, la Sicilia può contare su due denominazioni: il San Cono Dop e il ficodindia dell’Etna Dop.

Per preservare questo patrimonio, quindi, diventa fondamentale individuare soluzioni che consentano di ridurre gli effetti delle ondate di calore e delle precipitazioni irregolari.