Se potessimo prevedere quanto e dove produrremo cibo entro la fine del secolo, cosa faremmo con questa informazione? I ricercatori dell’Istituto di Analisi Economica del Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo (CSIC) hanno cercato di dare una risposta. Hanno così creato una piattaforma che permette di capire come cambierà la capacità di produzione alimentare sulla Terra.
Secondo la piattaforma, che prende il nome di CADI (Climate-Driven Agricultural Decline Index), i cambiamenti climatici potrebbero ridurre la capacità produttiva agricola in vaste aree dell’Europa meridionale. Lo scenario peggiore che analizza è quello nel quale non vengono attuate misure di adattamento. Il progetto ha lo scopo invece proprio di spingere nella direzione opposta, ovvero di aiutare la politica a prendere decisioni per un futuro alimentare sostenibile.
Indice
Come funziona il modello CADI
Il modello CADI, sviluppato a partire dai ricercatori dell’IAE-CSIC e della Barcelona School of Economics, confronta la massima capacità produttiva di una zona in base al clima di diversi periodi degli ultimi 40 anni.
Vengono analizzate zolle di terreno di 10×10 km e queste celle vengono osservate nell’arco di 40 anni in tutti i periodi e scenari in modo da stimare i possibili cambiamenti delle condizioni climatiche del futuro.
La piattaforma, prendendo come riferimento i dati sulla produttività agricola provenienti dalla FAO e dal programma di osservazione della Terra Copernicus, è riuscita a immaginare la produttività agricola in vari scenari climatici fino all’anno 2100.
Quali saranno le regioni più colpite?
Il primo confronto di dati permette di confermare quanto già sappiamo: il cambiamento climatico sta già riducendo la produzione alimentare per centinaia di milioni di persone. Circa il 16% (1 su 6) dei terreni agricoli mondiali ha già perso più del 10% della sua produttività potenziale in base a quanto osservato negli ultimi quarant’anni, dal 1980 al 2020.
Gli effetti sulla produttività agricola non sono omogenei, alcune regioni sono più colpite di altre. Per esempio, le regioni tropicali sono quelle che hanno perso la maggiore capacità di produzione, mentre alcune aree ad alta latitudine in futuro vedranno crescere tale capacità.
La mappa dell’Europa
Grazie a questi dati è possibile creare una mappa della capacità produttiva agricola dell’Europa entro la fine del secolo.
Stanno guadagnando potenziale agricolo:
- Scandinavia;
- Finlandia;
- Scozia;
- Alpi.

A perdere la capacità è il sud dell’Europa, ma le disparità sono anche all’interno di uno stesso Paese.
Quali sono le conseguenze?
Dallo studio emerge che circa il 15% della popolazione mondiale vive già in aree che hanno perso almeno il 5% del loro potenziale agricolo e si stima che entro il 2041-2060 quasi il 49% della popolazione mondiale potrebbe vivere in aree agricole con potenziale declino.
Lo scenario di riferimento è sempre il peggiore, ovvero quello con riscaldamento medio-alto, un aumento approssimativo della temperatura globale di +2,1 °C e zero politiche di adattamento.
Quello che è interessante è anche come cambierà la politica all’interno dei territori, perché il potenziale agricolo si sposterà da sud a nord e questo prevede inevitabilmente degli investimenti all’interno dei confini nazionali come la riallocazione di terra e acqua.
Un costo complesso, quello della distribuzione, perché ci sarà chi guadagnerà da questo passaggio e chi invece perderà.
Come spiegano i ricercatori:
Queste tensioni distributive possono alimentare i conflitti non solo tra i Paesi, ma anche all’interno di ciascuno di essi.
Come evitare la perdita di capacità agricola
Quello che fa il modello CADI è una stima, non rappresenta il futuro inevitabile al quale l’Europa va incontro. Le stime aiutano a identificare quali saranno le aree maggiormente colpite e permettono quindi di investire per tempo affinché si crei un equilibrio tra chi perde e chi guadagna dal cambiamento climatico sul tema alimentare.
Questo adattamento richiede nuove tecnologie, modifiche alle colture e anche spostamenti della produzione agricola. Da una parte il rischio di lasciare indietro i piccoli agricoltori o le regioni a basso reddito, dall’altra far pesare su poche e circoscritte regioni la capacità produttiva dell’intero Paese.
Identificare le aree a rischio permette di pianificare e indirizzare le giuste risorse verso le comunità più esposte. Dopotutto l’agricoltura è ancora il futuro e gli investimenti possono mettere in sicurezza un settore che solo in Italia vale 433 miliardi. “Una politica agricola più efficace permette anche di attuare quelle che sono delle misure di giustizia climatica”, concludono i ricercatori.