Riso venduto come bio ma coltivato con pesticidi: frode da 10 milioni e 400.000 euro di fondi Ue

L'indagine della Procura di Pavia e della Guardia di Finanza ipotizza un riso coltivato con la chimica di sintesi ma venduto come biologico

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Un maxi-sequestro preventivo da oltre 10 milioni di euro ha coinvolto 14 aziende agricole del pavese, cuore della produzione risicola europea. L’ipotesi della Procura di Pavia e della Guardia di Finanza di Vigevano è la seguente: aver commercializzato come biologico un riso coltivato, nei fatti, con i metodi e la chimica dell’agricoltura convenzionale.

Per gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, ma le cifre al vaglio della Magistratura descrivono un presunto sistema di frode che riguarda sia i profitti illeciti, sia i 400.000 euro di fondi Ue incassati indebitamente tramite i bandi della Politica agricola comune.

Incongruenze contabili e analisi di laboratorio

A far scattare le verifiche delle Fiamme Gialle, nate nel 2023 da una segnalazione di FederBio, è stata una semplice incongruenza matematica: i volumi di riso bio dichiarati dalle 14 aziende erano del tutto incompatibili con l’estensione dei terreni a loro disposizione.

Il quadro ipotizzato dalla Procura si basa su un incastro di elementi:

  • intercettazioni telefoniche;
  • perquisizioni che hanno portato al sequestro di concimi vietati dal disciplinare e di documentazione extracontabile;
  • analisi di laboratorio eseguite su campioni vegetali prelevati nei campi, che avrebbero confermato la presenza di trattamenti non ammessi.

La scorciatoia che svuota la terra

Mentre il disciplinare biologico impone la tutela del suolo attraverso concimi organici, sostanze naturali e rotazioni delle colture, la chimica di sintesi agisce come un acceleratore artificiale, in grado di eliminare parassiti e infestanti e stimolare la produzione nel breve periodo.

Il rovescio della medaglia è il conto che si paga sul lungo termine. E a saldarlo è l’ecosistema. L’uso continuativo di fertilizzanti chimici non nutre il terreno, ma la singola pianta: a lungo andare impoverisce il suolo di sostanze organiche, ne altera il microbioma e riduce la capacità della terra di trattenere l’acqua. La presunta scorciatoia usata per moltiplicare i quintali di riso finisce così per depotenziare l’ecosistema agricolo. Un processo non più sostenibile, soprattutto alla luce di estati sempre più torride, la cui siccità metterebbe comunque in crisi il sistema produttivo.

Frode commerciale, non veleno nel piatto

Per non travisare il punto dell’inchiesta, occorre una precisazione fondamentale. L’eventuale impiego di fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi emerso dagli accertamenti non riguarda sostanze illecite sul mercato. I prodotti chimici sotto la lente d’ingrandimento sono comunemente ammessi nella moderna agricoltura industriale. Le contestazioni degli inquirenti non vertono dunque su un possibile rischio per la salute dei consumatori, ma sulla palese violazione dei disciplinari che regolano la certificazione bio.

Spacciare per biologico un cereale trattato con la chimica di sintesi significa alterare le regole del gioco, significa fare la classica operazione di greenwashing. Permette di scavalcare i rigidi paletti della sostenibilità ambientale per spingere al massimo la resa per ettaro, piazzando poi il prodotto sul mercato ai prezzi maggiorati del listino bio.

Il danno per la filiera onesta

Oltre al danno per chi acquista, che si trova a pagare di più un prodotto credendo a un’etichetta che non corrisponde alla realtà, il presunto schema fraudolento crea un’evidente distorsione di mercato. L’operazione punta a tutelare quei risicoltori che operano nel rispetto delle regole, difendendo la reputazione e il valore economico dell’intero distretto agricolo.