Licenziamento per assenteismo, cosa dice la legge

L'assenteismo, se provato, può rientrare nel licenziamento per giusta causa: ecco cosa dice la legge

All’interno di un luogo di lavoro, l’assenteismo del dipendente può manifestarsi per una molteplicità di cause: personali, familiari e sociali, normativamente regolate.

Tuttavia, capita che dietro la dichiarazione di una causa di assenza da parte del lavoratore, si può nascondere in realtà una motivazione non accettabile da parte del datore di lavoro. Se ciò poi accade nelle grandi aziende, l’assenteismo incide negativamente sia sull’economia aziendale, sia sugli altri lavoratori.
Per questo, quando provato nella sua gravità, l’assenteismo può essere una delle motivazioni che determina il licenziamento per giusta causa e senza preavviso. La condotta del lavoratore dipendente infatti è talmente grave da non consentire di proseguire il rapporto di lavoro, essendo venuto meno il vincolo fiduciario.

Le nuove regole imposte dal decreto correttivo sui licenziamenti in 30 giorni per i dipendenti pubblici parlano chiaro. Basate sul decreto 124/2015 o legge Madia, le nuove norme prevedono la sospensione in 48 ore e il licenziamento in 30 giorni per gli assenteisti colti in flagrante. Le norme prevedono forti misure anti-assenteismo, compresa quella che chiede ai nuovi contratti di fissare sanzioni aggiuntive per le assenze strategiche, in particolare quelle che allungano le festività e i ponti, e di bloccare gli incrementi dei fondi per le risorse accessorie negli uffici più vuoti nei giorni di criticità.

Se le normative non sono “buone” con i dipendenti pubblici, non lo sono nemmeno con i dipendenti privati. Le situazioni più frequenti di assenteismo sul lavoro vedono casi in cui il dipendente è assente per malattia, per andare a svolgere altri lavori o per prolungare ponti e festività. Se, una volta provato l’assenteismo, può avvenire il licenziamento immediato per giusta causa, invece il diritto all’indennità di disoccupazioneNaspi – non si estingue. È lo stesso Ministero del Lavoro a ribadirlo, riconoscendo al dipendente il diritto all’indennità di disoccupazione

La Naspi è la nuova assicurazione sociale per l’impiego che dal maggio 2015 è riconosciuta ai dipendenti che perdono il lavoro e diventano disoccupati per motivi indipendenti dalla loro volontà.

Tuttavia per beneficiare della Naspi, il lavoratore deve soddisfare alcune condizioni: deve essere un dipendente nel settore privato, assunto con contratto di lavoro dipendente, non deve aver presentato le dimissioni, deve aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 2 anni ed aver effettuato almeno 30 giorni di lavoro nell’ultimo anno.

Il licenziamento per giusta causa rientra nel cosiddetto licenziamento disciplinare, che comprende anche il licenziamento per giustificato motivo. Il primo caso è il più importante anche come gravità ed è senza preavviso da parte del datore di lavoro. Il secondo, invece, avviene nel momento in cui il lavoratore commette delle infrazioni meno gravi. In questo caso il datore di lavoro deve rispettare il termine di preavviso indicato dal contratto. Inoltre, il licenziamento disciplinare rientra comunque nella disoccupazione involontaria ed il lavoratore può avere quindi accesso all’indennità di disoccupazione.

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