Nei concorsi pubblici anche una regola apparentemente formale può incidere sulla validità dell’intera procedura. È quanto spiega il Consiglio di Stato con la sentenza 4308/2026, destinata ad avere importanti conseguenze per le amministrazioni che organizzano selezioni pubbliche e a orientare futuri ricorsi.
Secondo i giudici amministrativi nelle prove orali non è sufficiente chiedere ai candidati di scegliere una busta numerata contenente i quesiti predisposti dalla commissione. La legge richiede espressamente che le domande siano assegnate mediante sorteggio e questo meccanismo non può essere sostituito da procedure ritenute semplicemente “equivalenti”.
Indice
Il caso del concorso per agenti Polizia Municipale
La vicenda nasce da un concorso comunale per l’assunzione a tempo pieno e indeterminato di dieci poliziotti. Durante le prove orali la commissione esaminatrice aveva predisposto 65 buste, ciascuna contenente tre quesiti relativi alle materie indicate dal bando. Ogni candidato era chiamato semplicemente a scegliere una delle buste numerate, senza che fosse effettuata alcuna estrazione a sorte.
Una candidata che aveva ottenuto un punteggio di 15 punti su 30, inferiore alla soglia minima di idoneità fissata in 21 punti, ha contestato la procedura sostenendo che questo sistema violasse quanto previsto dalla normativa sui concorsi. Ha inoltre contestato il giudizio espresso dalla commissione, ritenendolo illogico rispetto alla propria preparazione.
In primo grado il Tar Molise ha bocciato il suo ricorso, ritenendo che il sistema delle buste chiuse garantisse comunque un sufficiente grado di casualità, poiché il candidato ignorava il contenuto delle buste al momento della scelta.
Di parere opposto il Consiglio di Stato.
Che cosa prevede la legge sulle prove orali
Al centro della disputa c’è l’interpretazione dell’art. 12 del DPR 487/1994 sullo svolgimento dei concorsi pubblici. La norma stabilisce che le commissioni esaminatrici devono:
- predeterminare i criteri di valutazione delle prove e indicarli nei verbali;
- predisporre i quesiti subito prima dell’inizio di ciascuna seduta dedicata alle prove orali;
- sottoporre le domande ai candidati esclusivamente previa estrazione a sorte.
Secondo il Consiglio di Stato il legislatore ha utilizzato una formula precisa e tassativa che non lascia spazio a libere interpretazioni o a modalità alternative ed “equivalenti”.
Di conseguenza, qualsiasi sistema diverso dall’estrazione a sorteggio prevista dalla legge non può essere considerato conforme alla disciplina vigente, anche se apparentemente idoneo a garantire una certa casualità.
Perché scegliere una busta non equivale a un vero sorteggio
Il punto più interessante della pronuncia riguarda la differenza tra la scelta casuale di una busta e il sorteggio. A prima vista le due modalità potrebbero sembrare molto simili, poiché in entrambi i casi il candidato non conosce preventivamente il contenuto delle domande.
Per il Consiglio di Stato, però, la differenza è sostanziale:
- nel sorteggio è il meccanismo stesso dell’estrazione a garantire l’assoluta casualità dell’assegnazione dei quesiti;
- quando invece il candidato sceglie una determinata busta tra quelle disposte sul tavolo, interviene comunque una decisione umana che — almeno in astratto — impedirebbe di parlare di vera estrazione a sorte.
Ma la legge richiede proprio quest’ultima perché rappresenta la massima garanzia possibile di neutralità, contro eventuali favoritismi e influenze sull’esito delle selezioni.
Il sorteggio protegge imparzialità e parità di trattamento
La sentenza della magistratura amministrativa indica che il sorteggio non rappresenta una formalità burocratica. La sua funzione è proprio quella di garantire concretamente i principi costituzionali di imparzialità, buon andamento dell’amministrazione e parità di trattamento (art. 97 Costituzione).
L’estrazione casuale serve infatti a cogliere almeno due obiettivi fondamentali:
- da un lato impedisce che i quesiti possano essere conosciuti, anche solo potenzialmente, prima dello svolgimento della prova;
- dall’altro obbliga tutti i candidati a prepararsi sull’intero programma previsto dal bando, evitando che possano confidare nella probabilità che vengano poste soltanto alcune domande e non altre.
Proprio per questo motivo il Consiglio di Stato precisa che il sorteggio protegge sia il buon funzionamento della procedura di selezione in sé, sia la legittima aspettativa del candidato di una selezione “alla pari”. E questo specialmente in selezioni ad altissimo numero di partecipanti (si pensi ad esempio a quella delle Entrate).
Non serve dimostrare che ci siano stati favoritismi
Come funziona l’onere della prova in questi casi? Chi deve provare che cosa? Per ottenere l’annullamento della selezione il candidato non deve provare che qualcuno abbia realmente agevolato determinati concorrenti, oppure che le domande siano state divulgate prima dell’esame.
Molto più semplicemente, è sufficiente dimostrare che la commissione abbia violato le regole imposte dalla legge. Come appena accennato, le regole che disciplinano il sorteggio proteggono un interesse pubblico generale: assicurare la massima trasparenza della procedura. La loro eventuale violazione basta a far “saltare” la procedura, indipendentemente dall’esistenza di un danno concreto per uno o più concorrenti.
Anche la verbalizzazione assume un ruolo decisivo
La sentenza dedica particolare attenzione anche alla redazione dei verbali della commissione. Nella vicenda, il Comune aveva sostenuto che la numerazione delle buste fosse stata effettuata casualmente poco prima dell’inizio della prova e che nessun commissario fosse in grado di collegare il numero al contenuto dei quesiti.
Tuttavia questa circostanza non risultava documentata nei verbali e, secondo il Consiglio di Stato, proprio questa mancanza rende impossibile verificare la regolarità delle operazioni. Ciò che non viene adeguatamente messo agli atti non può essere controllato e, di conseguenza, non può essere considerato dimostrato.
La tracciabilità delle operazioni è elemento essenziale della trasparenza dell’intera selezione. Ogni fase relativa alla predisposizione, numerazione, estrazione e assegnazione dei quesiti deve essere puntualmente descritta, così da consentire eventuali controlli successivi.
Che cosa cambia
Quella dei concorsi è una materia di certo non esente da novità giurisprudenziali e normative. Basti pensare alle agevolazioni per i dirigenti. Recentemente il Consiglio di Stato ha annullato la prova orale e la relativa graduatoria finale, condannando il Comune a pagare le spese processuali. Più in generale, la sentenza 4308/2026 fornisce indicazioni molto precise alle amministrazioni che organizzano concorsi pubblici. Ed è di supporto per chi, in futuro, voglia contestare gli esiti di una selezione.
Per evitare ricorsi da parte dei concorrenti, le commissioni debbono sempre adottare sistemi di assegnazione dei quesiti che garantiscano una reale estrazione casuale. È sufficiente l’estrazione a sorte di buste da un’urna o da un sacchetto, che impedisca ogni possibile scelta mirata. E qualunque sia il metodo utilizzato, ogni operazione della selezione dovrà essere accuratamente verbalizzata.
La sentenza conferma un importante principio nel diritto amministrativo: nei concorsi la forma non rappresenta un semplice adempimento burocratico, ma costituisce essa stessa garanzia di legalità. Le regole procedurali servono infatti ad assicurare che tutti i candidati partecipino nelle stesse condizioni e che nessuno possa beneficiare — nemmeno in via teorica — di vantaggi indebiti. Quando queste regole vengono sostituite da modalità diverse, anche se apparentemente equivalenti, viene meno quella fiducia nella correttezza della selezione che rappresenta il fondamento stesso del sistema concorsuale.