Covid, Valeria Cagno a QuiFinanza: “Terza ondata inevitabile, ecco i farmaci più efficaci in attesa del vaccino”

Intervista di QuiFinanza alla virologa Valeria Cagno, il punto sulla terza ondata e le alternative al vaccino: come è cambiata la diagnosi da marzo a oggi

Mentre il Governo vara un decreto ponte per traghettare l’Italia fino al 15 gennaio, tutti si chiedono se e quando la pandemia potrà dirsi conclusa dopo le prime somministrazioni del vaccino.

Valeria Cagno, virologa ricercatrice, a QuiFinanza fa il punto della situazione sull’imminente terza ondata, le alternative al vaccino e l’andamento dell’epidemia da Covid-19 in Italia.

Si parla di nuovi ceppi di Coronavirus: in alcuni casi, come quello inglese, paiono essere più contagiosi di quello che già conosciamo. E’ preoccupante questa situazione?

“È importante monitorare questa situazione perché sappiamo che i virus mutano di continuo ed è stato estremamente importante identificare la variante inglese, per quanto ancora oggi non conosciamo i dettagli, soprattutto a livello biologico. Ci sono dei modelli che studiano la variante inglese che ci spiegano come il fatto che ci siano così tanti casi in Inghilterra possa significare che il virus sia più contagioso. Una cosa simile era già successa, con un’altra variante, che poi si è diffusa in tutta Europa e negli Stati Uniti, caratterizzata dalla mutazione D614G. Questa variante però non ha poi determinato una maggiore gravità della malattia”.

Quanto è importante studiare queste varianti?

“Moltissimo, dobbiamo monitorarle, perché è importante sapere che cosa sta circolando, ma fino adesso non abbiamo visto una variante associata a sintomi più gravi, anzi ci sono state delle varianti che hanno dato sintomi più leggeri, per esempio ad Hong Kong. Se per la variante inglese viene confermata l’alta contagiosità è importante tenerne conto, perché puntiamo a mantenere l’indice Rt inferiore a 1 e se sale bisogna adottare misure aggiuntive. Ma questo è un lavoro da epidemiologo che lasciamo agli epidemiologi”.

Prima che il vaccino arrivi a tutti ci vorrà tempo e pazienza, tra i farmaci alternativi quali sono quelli più validi oggi?

“Dipende dal tipo di sintomatologia. Farmaci specifici per il Coronavirus sono gli anticorpi monoclonali, che sono approvati negli Stati Uniti. Si è sentito più parlare di quello di Regeneron, che in realtà è un cocktail di anticorpi monoclonali combinati, quello che è stato dato a Trump. Poi ce n’è uno in studio di AstraZeneca, la stessa azienda che produce uno dei candidati vaccini. Questi sono in grado di legare il virus quando è fuori dalle cellule: funzionano un po’ come gli anticorpi che produciamo dopo l’infezione, ma in questo caso gli anticorpi vengono prodotti in laboratorio e poi somministrati al paziente. Si sono dimostrati utili nei casi in cui le persone infette non hanno ancora generato anticorpi. È un po’ come se si dessero in prestito gli anticorpi, quindi questo aiuta a bloccare il virus circolante e quindi l’infezione”.

Ce ne sono altri?

“Questi sono specifici per SARS-CoV-2 e sono il tipo di trattamento più specifico attualmente in studio e in via di approvazione. Ci sono poi altri farmaci: uno è un antivirale, che però non era stato sviluppato per SARS-CoV-2, ma è attivo anche per il Coronavirus, il Remdesivir, di cui tanto si è parlato, utilizzato in molti trial clinici con risultati non sempre ottimi, ma comunque c’è una possibilità di utilizzo. Deve essere dato in via endovenosa con un ciclo, una serie di iniezioni, e questo può essere fatto soltanto su pazienti ospedalizzati, ma si sa che deve essere dato molto presto, all’insorgenza dei primi sintomi, per essere efficace”.

“Sappiamo invece che c’è una terapia per i pazienti più gravi, quando poi la patologia legata al Covid è più legata alla reazione immunitaria che al virus stesso. Un grande trial clinico ha dimostrato che il desametasone, un farmaco che blocca l’eccessiva attivazione della risposta immunitaria, è molto efficace nel ridurre il tasso di mortalità tra i pazienti trattati”.

“Sui farmaci antivirali specifici per il Coronavirus è importante dire è uno dei limiti è che devono essere dati molto presto rispetto all’insorgenza dei sintomi, paradossalmente sarebbe anche opportuno darli nella fase pre-sintomatica. È per questo che per alcuni anticorpi monoclonali e per altri farmaci si può addirittura pensare di darli come profilassi. Nel caso per esempio io abbia avuto un’esposizione a rischio con una persona che è poi risultata positiva al Covid, potrei prenderli preventivamente per evitare che mi vengano i sintomi. Perché la fase virale, quella in cui c’è tanto virus, inizia infatti da 48 ore prima dell’insorgenza dei primi sintomi e dura più o meno per una settimana. Quindi è importante utilizzare i farmaci in questa fase. Però allo stesso tempo sappiamo che se una persona ha i primi sintomi, che possono essere spossatezza o un po’ di tosse o dei sintomi respiratori lievi, non sempre si rivolge ad un medico: è questo il problema attuale con i farmaci specifici contro il virus, oltre al fatto che molti sono ancora in via di sperimentazione o hanno prezzi proibitivi. La ricerca deve ancora progredire in questo ambito”.

Si parla tanto di terza ondata a gennaio, è davvero così inevitabile?

“È inevitabile che i casi risalgano, perché sappiamo che sono state sì prese delle misure, ma – anche se non possiamo generalizzare – in un periodo di festa e di vacanze si vedono più persone e ci sono più contatti, e il virus si trasmette da persona a persona con i contatti. Sono state prese misure in tutta Europa per cercare di ridurli, però molti negozi nei giorni arancioni e gialli hanno aperto e c’è comunque occasione di mobilità delle persone. Abbiamo visto per esempio che in Veneto, dove c’è stata sempre zona gialla, i casi non si sono mai ridotti. Con la riapertura delle scuole il 7 gennaio e delle superiori l’11, dei negozi e il fatto che veniamo da un periodo in cui ci sono stati più contatti sociali, è inevitabile che il numero dei casi risalga”.

“Sta ai cittadini fare attenzione e comprendere che è responsabilità nostra cercare di limitare i contatti o prendere le giuste precauzioni, ad esempio autoisolandoci e facendo i test. È importante anche all’insorgenza di piccoli sintomi fare un tampone. Se proprio non è possibile fare un tampone, il test rapido è uno strumento che abbiamo e che si dovrebbe usare”.

Nonostante i test rapidi abbiano più margine di errore?

“Da una parte è vero che il tampone molecolare è più preciso, ma allo stesso tempo il test antigenico (o test rapido) nelle persone sintomatiche che cominciano a manifestare i primi sintomi, stando alle valutazioni fatte dagli ospedali, ha una attendibilità che si mantiene intorno all’85-90%. Quindi da una parte è vero che abbiamo una diminuzione di sensibilità, ma dall’altra se non è possibile fare subito un tampone molecolare classico, è uno strumento che si dovrebbe usare. E’ importante comprendere i limiti ma è anche importante sfruttare i lati positivi”.

È troppo presto oggi parlare di una quarta ondata o il vaccino allontana questa ipotesi?

“Prima che tutta la popolazione sia vaccinata ci vorrà molto tempo. Stando ad oggi il numero di dosi a disposizione per l’Italia non è alto, si riuscirà a vaccinare il personale sanitario e delle Rsa, ma non tutta la popolazione, ma sicuramente i vaccini consentiranno di ridurre i contagi per le persone a rischio. Parlare di quarta ondata è difficile perché dobbiamo ancora capire come sarà la terza. Dipende dalla responsabilità di ognuno, dalle misure prese. Se invece continuiamo con l’andamento in cui si arriva ad un picco di contagi, alla saturazione del sistema sanitario e si decide di chiudere tutto, allora potrebbe anche avvenire una quarta ondata. Però per questo ci vorrebbe la palla di cristallo, non possiamo saperlo”.

Da marzo a oggi la diagnosi com’è cambiata?

“Oggi abbiamo i test rapidi che sono uno strumento aggiuntivo. Di per sé il tipo di diagnostica base per identificare i casi di Covid è rimasto lo stesso, la PCR, che segue le linee guida rilasciate dall’OMS, che non sono variate rispetto all’inizio della pandemia. Tuttavia, in alcuni casi si è capito che ci sono alcuni pazienti meno gravi che si possono gestire in isolamento domiciliare. Sappiamo anche che nella maggior parte dei casi i sintomi sono lievi e quindi non c’è necessità di recarsi in ospedale, perché questo puoi può essere fonte di contagio”.

“Invece sui pazienti più gravi, nelle terapie intensive si è imparato come gestirli. La mortalità nelle terapie intensive Covid è diminuita molto col passare del tempo, fermo restando che c’è ancora il problema che le persone continuano a morire di Covid perché in alcuni casi non si riesce a controllare la progressione della patologia”.

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