Bioeconomia, quanto vale l’economia sostenibile in Italia

I dati sulla bioeconomia, rilevati dal sesto report di Intesa Sanpaolo dedicato al settore, sono sempre più incoraggianti, e rappresentano una straordinaria opportunità

Prima e dopo il Covid, prima e dopo Greta Thunberg, prima e dopo il movimento Friday for Future che fotografa un cambiamento epocale in atto che c’è già, è evidente che l’economia, mondiale, ha bisogno di un cambio di passo, coraggioso, rivoluzionario.

Cos’è la bioeconomia

I dati sulla bioeconomia in questo senso sono sempre più incoraggianti, e rappresentano una straordinaria opportunità e dal punto di vista strettamente economico e da quello occupazionale. Un sistema che utilizza le risorse biologiche, scarti compresi, per la produzione di beni ed energia, un sistema fortemente connesso al territorio, presenta una grande capacità di creare filiere multidisciplinari integrate nelle aree locali, diventando, proprio grazie a un approccio circolare, uno dei pilastri assoluti del Green New Deal lanciato dall’Unione europea.

Ad oggi la bioeconomia rappresenta un mondo estremamente articolato e vario, caratterizzato da una forte interconnessione fra i settori che lo compongono e con un peso rilevante sull’economia sia in Italia sia negli altri Paesi europei. In particolare quando parliamo di agroalimentare.

Come rileva il rapporto “La Bioeconomia in Europa”, giunto alla sua sesta edizione, redatto dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, l’analisi della filiera agro-alimentare mette in evidenza come il modello italiano, basato su realtà più piccole e ben radicate nei territori e nelle tradizioni locali sia stato in grado di esprimere una forte attenzione all’innovazione, coniugata ad una crescente sensibilità ambientale, elemento imprescindibile nel mondo post-pandemia.

Dal canto suo, il sistema finanziario – e qui il ruolo strategico di Intesa Sanpaolo – fornisce un contributo in questa direzione: la bioeconomia è uno dei settori chiave della regolamentazione da poco introdotta dalla Commissione Europea per la Finanza Sostenibile, che contiene precise indicazioni sulla priorità di utilizzo dei polimeri biobased, sulla gestione efficiente delle risorse in campo agricolo, nel ciclo idrico e per le biomasse.

Quanto vale in Italia l’economia sostenibile

Il Belpaese ha sviluppato buone pratiche ed esperienze innovative e alcuni territori sono riusciti ad ottimizzare virtuosamente la raccolta differenziata, il riciclo e il riutilizzo di biocomponenti. Oggi, in Italia, la bioeconomia occupa oltre due milioni di persone e genera un output pari a circa 345 miliardi di euro (i dati elaborati fanno riferimento al 2018). il nostro Paese si posiziona al terzo posto in Europa, dopo Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi).

Un settore stimato in crescita di oltre 7 miliardi rispetto al 2017 (+2,2%), grazie in particolare al contributo della filiera agro-alimentare, in cui giocano un ruolo essenziale le start-up: sono state censite infatti 941 start-up innovative, pari all’8,7% di quelle iscritte a fine febbraio 2020 al Registro Camerale (quota che sale al 17% per le iscritte dei primi due mesi del 2020), con oltre il 50% dei soggetti operativi nella R&S e nella consulenza.

La centralità della filiera agroalimentare

La filiera agroalimentare garantisce oltre la metà del valore della produzione e dell’occupazione totali del settore bioeconomia, e quella italiana si posiziona ai primi posti in Europa, con un peso sul totale europeo del 12% in termini di valore aggiunto e del 9% in termini di occupazione.

Non dimentichiamo che l’Italia è tra i leader europei con quasi 2 milioni di ettari di terreni destinati alle coltivazioni biologiche. L’analisi dei bilanci di un campione di oltre 9.300 imprese dell’agro-alimentare italiano evidenzia come le imprese con certificazioni biologiche abbiano registrato una crescita del fatturato del 46% tra il 2008 ed il 2018, quasi doppia rispetto al +25% delle imprese senza certificazioni.

Benché altamente integrata nel contesto europeo e in grado di farsi notare sui mercati mondiali, l’agroalimentare conserva al tempo stesso una forte base domestica, con quasi l’80% del valore aggiunto di derivazione nazionale. Sono italiane ben 6 regioni su 15 nel ranking del valore aggiunto europeo del settore agricolo.

Non solo. A fronte di un tessuto produttivo maggiormente frammentato, l’agrifood Made in Italy è caratterizzato da una specializzazione in prodotti ad elevato valore aggiunto e di alta qualità, come dimostrano il primato europeo delle certificazioni DOP/IGP e il terzo posto mondiale in termini di quota di mercato sui prodotti del food di alta gamma.

Riciclo e risparmio

La sostenibilità della filiera agroalimentare è strettamente legata sia al modello produttivo e di consumo sia alla riduzione degli sprechi e alla valorizzazione degli scarti. I rifiuti organici prodotti dalla filiera a livello europeo sono pari a 87 milioni di tonnellate, pari a 171 kg pro-capite. Un potenziale di biomassa importante da cui si possono ricavare compost, bioenergia e biomateriali se opportunamente raccolti e gestiti.

La produzione agricola, la trasformazione industriale, il trasporto e il consumo di cibo hanno impatti importanti sulle emissioni di gas serra e sui consumi idrici ma anche qui l’Italia registra una incidenza inferiore del comparto sul totale delle emissioni (12% contro 15%) e anche una minore intensità (1.144 grammi per euro rispetto a 2.253 registrati a livello europeo). Tutti segnali che indicano che la bioeconomia è già una realtà affermata e dalle grandissime potenzialità.

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