Messina Denaro, le olive, l’uva: quanto vale il business della mafia sull’agroalimentare italiano

La cattura di Matteo Messina Denaro, con la connivenza di imprenditori e commercianti, riporta al centro il tema della criminalità organizzata: quanto valgono il business e il brand mafia

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Oltre ai rincari generalizzati, ai prezzi folli di benzina e diesel, alle preoccupazioni dei mercati finanziari per la situazione geopolitica e la crisi energetica, c’è un nuovo, vecchio, allarme che scuote il tessuto economico del nostro Paese: quanto conta la mafia nella nostra economia? Tantissimo. E non solo direttamente, attraverso affari sporchi e commercio illegale, ma anche indirettamente attraverso appalti truccati, traffici illeciti, attività di copertura, riciclaggio di denaro e così via.

Lo storico arresto del super boss Matteo Messina Denaro, latitante da 30 anni e nascosto in un covo poco distante da dove aveva sempre vissuto, ai margini di Castelvetrano in Sicilia, un vero e proprio bunker dotato di tutti i comfort (ecco cos’è stato trovato all’interno), rimescola le carte e rimette al centro del dibatto politico ed economico il ruolo della criminalità organizzata in Italia.

Le mani della mafia sull’agroalimentare

Dal pesce al pane ai dolci, alla mafia piace sempre di più il settore agroalimentare, che nel corso del tempo è diventato un suo settore prioritario di investimento attraverso il business delle agromafie: stando alla fotografia scattata dall’Osservatorio Agromafie, ha superato i 24,5 miliardi di euro. Negli ultimi anni, circa il 50% dei beni sequestrati alle mafie sono terreni agricoli.

Non a caso, a favorire la latitanza del boss sarebbe stato un commerciante di olive che gestiva un centro per l’ammasso delle cultivar Nocellara del Belice, alla periferia di Campobello di Mazara, e tra i doni preferiti ai sanitari della clinica presso cui era in cura Messina Denaro c’erano proprio olio e altre specialità contadine.

Perché le olive rischiano di sparire dai supermercati

Come spiega la Direzione Nazionale Antimafia, il legame delle mafie con l’agricoltura ha radici antiche, di natura storico-culturale, legato alla nascita stessa del fenomeno mafioso, per larga parte nato proprio nelle campagne. Per questo motivo da sempre, tra le cause del ritardato sviluppo, l’agricoltura al Sud sconta anche quella delle infiltrazioni di stampo mafioso. Ma ormai la mafia opera ovunque.

Attenzione anche all’olio di colza presente nei prodotti italiani

Tra le prelibatezze del Made in Italy “scelte” dalla malavita non c’è solo l’olio d’oliva. Anche l’uva è un prodotto ghiotto. Secondo quanto denuncia la Coldiretti, l’uva oggi viene sottopagata agli agricoltori su valori che non coprono neanche i costi di produzione. Tuttavia, i prezzi arrivano a più che triplicare dal campo alla tavola, proprio per effetto delle infiltrazioni mafiose che soffocano la concorrenza e il libero mercato. Così facendo – sottolinea la Coldiretti – viene condizionato il mercato della commercializzazione degli alimenti stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento.

Come operano le mafie

Da sempre l’asso nella manica della criminalità organizzata è insinuarsi nelle pieghe della società civile e condizionare la via quotidiana delle persone, soprattutto in momenti di crisi dove la liquidità scarseggia, e aumentano le richieste di prestiti, anche a tassi usurari.

Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione, le agromafie impongono l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti o la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, proprio sfruttando la mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie all’ampia disponibilità di capitali di cui beneficia.

Le mafie nelle campagne, spiega ancora Coldiretti, operano attraverso furti di attrezzature e mezzi agricoli, racket, abigeato, estorsioni, o con il classicissimo pizzo, anche sotto forma di imposizione di manodopera, in particolare straniera, caporalato, o di servizi di trasporto o di sorveglianza alle aziende agricole. Ma anche danneggiamento delle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine e truffe nei confronti dell’Unione europea, fino al controllo di intere catene di supermercati e ristoranti.

“La criminalità – spiega il presidente di Coldiretti Ettore Prandini – con l’intermediazione distrugge la concorrenza e il libero mercato legale soffocando l’imprenditoria onesta, anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy”.

Il “brand” Mafia spopola a tavola

A tavola, la mafia non è da meno. Sempre secondo una recente analisi di Coldiretti condotta sulla banca dati del celebre sito Tripadvisor, il “food brand” Mafia tira parecchio, ovunque: sono infatti centinaia nel mondo i ristoranti, quasi 300, che si richiamano nel nome alla mafia. Ristoratori più o meno consapevoli sfruttano le immagini più agghiaccianti per il nostro Paese, danneggiando irreparabilmente la nostra cultura e le nostre tradizioni, oltre ai mercati e ai prodotti tipici.

In testa alla classifica dei Paesi con più locali ispirati al “mafia sounding” si piazza la Spagna con 63 ristoranti, grazie soprattutto alla diffusissima catena “La Mafia se sienta a la mesa” che accoglie i clienti davanti a murales dei gangster più sanguinari, da Lucky Luciano ad Al Capone. Ma anche a “El padrino” e a “La dolce vita del padrino”.

Al secondo posto troviamo l’Ucraina devastata dalla guerra, con 38 tra ristoranti, bar e pizzerie, dove si trova la catena di locali “Mafia” in cui servono pizza e altri piatti della cucina internazionale e persino un “Karaoke bar mafia”. In terza posizione il Brasile (28). Seguono Indonesia (23), Russia (19), India (16), Giappone (15), Polonia (11), Usa (8), Portogallo e Australia (5).

Il richiamo a Cosa nostra solletica tutte le culture: in Germania ci sono i “Burger mafia”, in Francia si mangia da “Cosa nostra”, in Austria c’è il ristorante “Mafiosi”, in Finlandia si cena da “Don Corleone”. La Russia, come sempre, va controcorrente: lì c’è un ristorante che si chiama “Camorra”. Extracontinente, negli Stati Uniti troviamo i locali “Felafel mafia” e “Sushi mafia”, in Indonesia “Nasi goreng mafia”, in Egitto “Mafia pizza” e in Brasile “Al Capone Pizza di Mafia”.

Il “mafia marketing” spinge forte. Un giro d’affari da milioni di euro, come abbiamo visto, che rilascia sul mercato prodotti impronunciabili come, in Portogallo, il vino Talha Mafia “Pistol”, con tanto di macchia di sangue stilizzata sulla confezione. In Germania si produce il condimento per la carne Mafia Coffee Rub Don Marco’s, si trovano le spezie “Palermo Mafia shooting” e si beve anche il “Fernet Mafiosi”, con annesso disegno di un padrino. In Scozia si beve il whiskey “Cosa nostra” con bottiglia a forma di mitra.

E ancora, in Finlandia impazza il PorkMafia Texas Gold, in Bulgaria si beve il caffè “Mafiozzo”, nel Regno Unito si trovano sugli scaffali gli snack “Chilli Mafia”, a Bruxelles ci sono le salse “SauceMaffia” e “SauceMaffioso”, mentre negli Usa, nel Missouri, si vende la salsa “Wicked Cosa Nostra”.