Italia senza gas? Cosa sta succedendo con la Libia

Le centrali elettriche libiche sono in estrema difficoltà e il Paese "sacrifica" una fetta considerevole di flussi verso il nostro Paese. Ecco quanto vale il taglio

La crisi energetica scatenata dalla guerra in Ucraina si aggrava giorno dopo giorno, soprattutto per quei Paesi che dipendono dalle forniture russe di gas e petrolio. Tra questi, com’è noto, spicca l’Italia, che ha cominciato una vera e propria corsa alla ricerca di fornitori alternativi. Una sponda felice era stata trovata in Libia, ma ora sono sorte pesanti complicazioni (già la settimana scorsa su Ue e Italia era piombato lo stop dei flussi da parte di Gazprom: ne abbiamo parlato qui).

Perché la Libia taglia il gas all’Italia

La Libia ha deciso di tagliare del 25% le esportazioni di gas verso il nostro Paese, con l’intento di dare priorità al fabbisogno interno. Il governo di Tripoli ha infatti dichiarato di aver urgente bisogno di provvedere alle esigenze della domanda locale e, con ogni probabilità, di garantire il funzionamento delle centrali elettriche colpite da una profonda crisi di approvvigionamenti. Negli scorsi giorni, centinaia di libici sono scesi in strada per protestare contro il governo e i ricorrenti blackout in diverse zone del Paese.

Eni, che opera in Libia fin dal 1959, ha preso atto delle dichiarazioni del governo libico e monitora l’andamento dei flussi. L’Italia acquista dal Paese africano quantità che corrispondono al 2-4% del totale di gas importato complessivamente dall’estero. Una percentuale tutto sommato contenuta, che Palazzo Chigi auspica di poter sostituire senza incorrere in conseguenze troppo spiacevoli (come ad esempio le stangate su luce e gas: ecco tutti gli aumenti che scattano a luglio).

Quanto vale il gas libico per l’Italia

La dichiarato volontà dell’amministrazione Draghi di spezzare la dipendenza energetica dalla Russia trova tuttavia nella Libia un ostacolo non facile da superare. Nello scenario più roseo, secondo gli analisti, l’Italia potrebbe ottenere dallo Stato africano circa 2 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi. Una quantità però per nulla scontata, che già di suo corrisponde a un quinto esatto alla portata massima che da oltremare possono esportare nel nostro Paese (10 miliardi di metri cubi) attraverso il gasdotto Green Stream, che collega Gela e la Sicilia ai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam situati nel deserto libico.

Già i dati precedenti allo sconvolgimento ucraino rivelavano un rapporto energetico in disgregazione. Nel 2021, ad esempio, sono arrivati “appena” 3,23 miliardi di metri cubi di gas libico, in calo rispetto ai 4,46 miliardi di metri cubi dell’anno precedente. Dall’altro lato l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino, afferma che il Paese potrebbe incrementare la produzione di gas del 30% in un anno, arrivando a un monte di 12 miliardi di metri cubi. Un totale, però, da ripartire anche con la domanda interna. La Libia detiene le maggiori riserve di petrolio in Africa e grandi giacimenti di gas naturale.

Flussi altalenanti verso la Sicilia

Negli ultimi mesi i flussi di gas verso il terminale di Gela hanno registrato un andamento a dir poco altalenante: un giorno segnavano 5,5 milioni di metri cubi in entrata, un altro 9 milioni, un altro ancora 7 milioni o poco meno. In media, la Libia fornisce grossomodo 8 milioni di metri cubi di gas al giorno. Da luglio questa la fornitura si è fermata a 6 milioni di metri cubi, per un esatto calo del 25%.

“Serve una diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas e favorirne la produzione nazionale”, ha affermato il direttore Affari pubblici di Eni, Lapo Pistelli, nel corso di un’audizione in Commissione Industria al Senato. Eni ha già raggiunto il livello di stoccaggio di gas naturale di ottobre 2021 da oltre una settimana. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno chiesto l’immediata riapertura dei pozzi e dei terminal di esportazione libici, apparentemente senza successo.

Il ruolo di Eni in Libia

Con le autorità libiche intenzionate a risolvere il problema elettricità, costruendo nuove centrali a gas, Eni si propone come partner infrastrutturale. La strategia dell’Ente comprende l’utilizzo di fonti rinnovabili, con il fine ultimo di sbloccare i flussi aggiuntivi di gas verso l’Italia.

Attualmente Eni è attiva sul territorio libico su una superficie complessiva sviluppata e non sviluppata di 26.636 chilometri quadrati, di cui 13.294 chilometri quadrati in quota Eni. Come si legge sul sito ufficiale, l’attività d’esplorazione e sviluppo è raggruppata in 6 aree contrattuali on-shore e off-shore. Nel 2021 la produzione in quota Eni è stata di 168mila boe al giorno. Il gasdotto Green Stream collega l’impianto di trattamento di Mellitah a Gela tramite una “strada energetica” che attraversa il Mediterraneo per circa 520 chilometri.

La situazione in Libia

Già ad aprile le autorità della Libia orientale (Cirenaica) avevano bloccato la produzione e l’esportazione di petrolio per protestare contro le mancate dimissioni da parte del primo ministro ad interim del Governo di unità nazionale, Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Il Parlamento di Tobruk lo ha infatti destituito, scegliendo un esecutivo guidato da Fathi Bashagha senza però il consenso della Tripolitania. Cresce sempre più la tensione (e l’instabilità) sociale e politica nel Paese, diviso da due governi che non riescono in alcun modo a realizzare il tanto sbandierato “compromesso nazionale”.

Per disegnare un ritratto geopolitico essenziale, si può dire che il governo tripolitano di Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh ha il sostegno della NATO e la Turchia come “grande sponsorizzatore” (Draghi e Erdogan più uniti che mai: i nuovi accordi Italia-Turchia, cosa cambia). Il resto del Paese, che ha eletto il suo centro nevralgico a Tobruk, è invece controllato dalle forze fedeli al maresciallo Khalifa Haftar. Le due fazioni avevano raggiunto un accordo per indire elezioni democratiche a dicembre 2021, ma tutto è sfumato quando si è scoperto della probabilissima vittoria da parte del figlio del colonnello Gheddafi, Saif al-Islam.

L’intervento della Russia in Libia

Le conclusioni prese nei vertici occidentali hanno mostrato una realtà su tutte: NATO ed Europa evidenziano notevoli difficoltà a delineare una strategia comune nei confronti della Libia, che in questo modo viene spinta sempre più tra le braccia di Turchia e Russia. Quest’ultima esercita una notevole pressione sull’area già da tempo, attraverso un consolidamento politico e soprattutto militare anche in Algeria, Mali e Repubblica Centrafricana.

Il principale affare del Cremlino in Libia è, ancora una volta, la guerra. I mercenari russi del gruppo Wagner continuano la loro attività bellica nel deserto libico al soldo di Haftar, nonostante le voci su una riduzione degli effettivi. Secondo l’Agenzia Nova, infatti, il numero dei miliziani Wagner nel Paese africano varia da 1.500 a 5.000. Soltanto poche decine di combattenti sono state dislocate in Ucraina.