Spese militari, Italia al 2,8% del Pil ma la Nato vuole il 5%: il vertice ad Ankara

L'Italia si presenta con spese militari per il 2,8% del Pil al vertice Nato di Ankara, ma gli obiettivi posti dall'alleanza sono ancora molto lontani: le opzioni di Meloni

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Matteo Runchi

Editor esperto di economia e attualità

Redattore esperto di tecnologia e esteri, scrive di attualità, cronaca ed economia

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Tra martedì 7 e mercoledì 8 luglio si terrà un vertice della Nato ad Ankara in Turchia, per fare il punto sugli impegni presi dai Paesi dell’alleanza di aumentare al 5% del Pil la spesa militare nei prossimi anni. L’Italia non rispetta ancora nemmeno l’impegno precedente del 3%, ma arriva al summit con una crescita importante, prevista nei prossimi anni in aumento di 17 miliardi di euro.

Per Meloni, però, sarà un vertice complesso. Da una parte la campagna elettorale per le politiche del 2027 si sta avvicinando e le spese militari sono viste come impopolari. Dall’altra, Trump continua a esercitare forte pressione sul governo italiano dopo gli screzi con la premier all’ultima riunione del G7.

Quanto spenderà in armi l’Italia nei prossimi anni

Al vertice di Ankara, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni presenterà il piano dell’Italia per aumentare la spesa militare. La traiettoria di investimento del nostro Paese in questo ambito dovrebbe essere:

  • un aumento dello 0,71% nel 2026, fino al 2,8% del Pil;
  • un aumento dello 0,3% nel 2027;
  • un aumento dello 0,6% nel 2028.

In totale si tratterebbe di 17 miliardi di euro circa, poco meno del valore di una manovra finanziaria, in tre anni. Buona parte di queste spese deriva però da un miglioramento della difesa interna. Sono meno invece i contributi diretti all’esterno.

Cosa chiede la Nato all’Italia

Lo scorso anno, al vertice dell’Aia, la Nato ha cambiato i parametri di spesa per la difesa dei Paesi membri su pressione degli Stati Uniti e di Donald Trump. In precedenza, il Patto Atlantico prevedeva che ogni Stato membro spendesse almeno il 3% del proprio Pil per esercito e nella difesa. Un requisito che, però, molti Paesi tra cui l’Italia stessa non rispettavano. Ora le regole sono cambiate:

  • la spesa minima in difesa vera e propria è stata aumentata al 3,5% del Pil;
  • è stato aggiunto un requisito di difesa interna pari all’1,5% del Pil.

Da qui deriva il nuovo parametro, che viene spesso citato, del 5%. Le spese italiane rientrano soprattutto nel nuovo 1,5%, quindi il nostro Paese è ancora molto lontano da quanto chiesto da Trump agli alleati. Va sottolineato che queste spese non sono finanziamenti “alla Nato”, ma fondi che ogni Stato stanzia per il proprio esercito. La Nato ha un budget minimo, a cui ogni Paese contribuisce per poche decine di milioni. Lo stesso Presidente degli Usa, in un post sui social in cui ha attaccato tra gli altri anche l’Italia sulle spese militari, ha confuso i due concetti.

Meloni chiusa tra Trump e le elezioni

Proprio le pressioni degli Stati Uniti sono un problema per Meloni. Le richieste di una maggiore spesa militare si conciliano male infatti con l’imminente campagna elettorale per le elezioni politiche in Italia, che si terranno il prossimo anno. Il Governo ritiene che il finanziamento della difesa non sia popolare, infatti:

  • non sono previsti nuovi aiuti all’Ucraina;
  • non sono previste decisioni sul Purl, il sistema di acquisto di armi per conto di Kiev;
  • non è prevista l’attivazione dei prestiti europei Safe per finanziare progetti di difesa.