Il piano Meloni per la politica estera italiana, 2,8% del Pil in Difesa e sanzioni all’Iran

Gli obiettivi di spesa industrial-militare dettati dalla Nato e la postura internazionale dipendono strettamente dalla strategia degli Stati Uniti. Quale margine di manovra ha davvero l'Italia in Europa e in Medio Oriente?

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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Nel suo discorso alla Camera in vista del Consiglio Ue, Giorgia Meloni si è concentrata soprattutto sui dossier internazionali. Sarebbe stato impensabile il contrario. Il messaggio di fondo è chiaro: il Governo intende supportare imprese e famiglie italiane, mettendole “al riparo” dalle conseguenze derivanti dalla “presa di responsabilità” da parte del Paese. Cosa vuol dire?

In soldoni: sulle questioni strategiche che riguardano l’Italia, gli Stati Uniti hanno l’ultima parola. Non è una questione di sovranità nazionale, ma di egemonia geopolitica. Quando la premier annuncia il 2,8% del Pil in spesa per la Difesa e si dice pronta a partecipare alle sanzioni all’Iran, salda la postura di Roma a quella di Washington in tema di politica estera. E non potrebbe fare molto altro.

Cosa ha detto Meloni sulla Difesa e cosa c’entrano gli Usa

L’Italia si presenterà al vertice Nato, previsto per il 7-8 luglio ad Ankara, con il 2,8% del Pil investito nella Difesa. La presidente del Consiglio ha annunciato così il superamento dell’obiettivo iniziale prefissato del 2% del Pil, già instradato verso la prossima soglia del 3,5% entro il 2035. A questo monte di investimenti si aggiungerà un ulteriore 1,5% del Pil destinato a costruzione e miglioramento di infrastrutture critiche e sicurezza informatica.

Tutte queste percentuali sono classificate come obiettivi Nato. E Nato è sinonimo di Stati Uniti. L’Alleanza Atlantica non è altro che il braccio armato di Washington in Europa e attualmente sta affrontando una transizione non semplice. Il nemico per la quale è stata istituita e potenziata da 80 anni a questa parte, la Russia, è per gli Usa un attore con cui dialogare e stringere accordi in questa fase.

La guerra in Ucraina è un fronte che gli Stati Uniti vogliono congelare e, per farlo, devono trattare con Vladimir Putin. Al contempo, però, non possono certo dare l’impressione di lasciare sguarnita l’Europa da una potenziale offensiva di Mosca, che comunque appare assai improbabile. A questo aspetto tecnico se ne lega uno più emotivo: i cittadini statunitensi sono “arrabbiati” con noi europei. Dicono di averci sempre difeso e aiutato per decenni e ora sono stanchi di farlo “gratis”. Un sentimento pienamente intercettato da Donald Trump, che non a caso è stato rieletto presidente.

Una questione industriale-economica, più che militare

La “punizione” americana si manifesta ovviamente in campo economico, oltre che retorico. Da qui la decisione, temporanea e inapplicabile per gli Usa, di imporci dazi doganali e, soprattutto, di spingerci a spendere di più per la Difesa. In altre parole: di convertire parte della nostra industria e di comprare armi, anche dagli Stati Uniti.

I Paesi Ue sono insomma chiamati a contribuire alla gestione della sicurezza del continente. Alcuni più di altri, come la Polonia (avversaria esistenziale della Russia, della quale avevamo previsto anni fa i mutamenti in corso) e la Germania, che sta approfittando della situazione per rinforzare il proprio esercito come mai prima d’ora dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

In tale scenario si comprende come il superamento dell’obiettivo di spesa del Pil in Difesa fissato dalla Nato per il 2026 sia avvenuto anche grazie a un “aumento dello 0,71%” impresso dall’amministrazione americana. Si tratta di dati industriali ed economici, non certo militari. Gli italiani non imbracceranno il fucile, piuttosto potrebbero essere chiamati a fornire il consueto supporto logistico agli statunitensi in teatri come il Golfo Persico e l’Indopacifico.

Cosa ha detto Meloni sulle sanzioni all’Iran e perché

Mentre l’amministrazione Trump preparava già l’annuncio di un accordo raggiunto con l’Iran, inevitabilmente temporaneo visti gli interessi strategici contrapposti, Giorgia Meloni ha dichiarato in Parlamento che “occorre aumentare la pressione” sulla Repubblica Islamica in sede europea. Ma l’Ue non ha soggettività geopolitica. Dunque il discorso, tradotto, diventa: l’Italia è pronta a fare la sua parte per contribuire alla tregua in Medio Oriente. Come? Anche partecipando a sanzioni all’Iran.

La premier lo ha detto proprio chiaro e tondo. “L’Europa ha gli strumenti per dire la sua, a partire dal regime sanzionatorio. Se invece Teheran continuerà sulla strada sbagliata, l’Unione europea dovrà essere pronta a rafforzare la pressione, anche attraverso nuove misure mirate“. L’imposizione di sanzioni viene decisa di concerto con gli Stati Uniti, poiché configura un atto ostile nei confronti di un altro Paese. Alcune di queste misure sono già state adottate in passato nei confronti dell’Iran.

Sono stati vietate, ad esempio, l’esportazione e l’importazione di beni e tecnologie che possono essere utilizzati per la repressione interna o per lo sviluppo di armi e programmi missilistici. Sono stati inoltre approntati blocchi su fondi e risorse economiche appartenenti a soggetti ed enti iraniani sanzionati dagli Usa, monitorati a livello nazionale tramite la Banca d’Italia.

Le conseguenze economiche per l’Italia

La postura italiana nei confronti di Teheran ha inevitabili ripercussioni economiche. A partire ovviamente dalle conseguenze legate alla crisi dello Stretto di Hormuz, che tuttavia impattano più a livello commerciale che energetico per il nostro Paese.

L’interruzione e le limitazioni mercantili, dovute anche al parallelo infiammarsi dello Stretto di Bab el-Mandeb a opera degli Houthi, hanno causato un pesante calo dell’export italiano, penalizzando in particolare il settore della meccanica strumentale. Tra export, import ed effetti sui prezzi generali, il costo della guerra israelo-americana contro l’Iran ha già presentato un conto salatissimo per l’Italia.

Secondo Conflavoro, il nostro Paese rischia un contraccolpo economico da oltre 33 miliardi di euro in sei mesi, nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz. Si tratta di circa l’1,5% del Pil, con picchi del 3,5% per la manifattura e bollette in aumento fino al 30-40%.

Cosa ha detto Meloni su Israele e Libano

Contestualmente, Giorgia Meloni ha parlato anche della postura italiana nei confronti di Israele. Serrandosi ancora una volta alla strategia degli egemoni Stati Uniti, che in questo momento hanno necessità di contenere la violenza bellica dello Stato ebraico, il Governo italiano ha duramente condannato la condotta dei coloni israeliani in Cisgiordania (come avevamo previsto due anni fa). “Fomentano odio ed estremismo”, ha tuonato la premier.

La presidente del Consiglio ha inoltre richiesto sanzioni contro il ministro Itamar Ben Gvir, uno degli alfieri del progetto egemonico di Israele che vuole ottenere con la forza il controllo di tutta la porzione di Medio Oriente che va da Gaza alla Valle del Giordano. La mossa del Governo è dettata da altri due fattori: la vicinanza geografica al Libano in conflitto aperto con Tel Aviv e la presenza italiana con circa 1.200 soldati nella missione Unifil.

Detto questo, Roma resta saldamente parte dello schieramento occidentale di cui Israele è baluardo oltremare. Anche per questo motivo, Meloni ha rimandato i discorsi più approfonditi al vertice del G7 a Evian di settimana prossima. Dovrebbe verificarsi anche un confronto diretto anche con Trump anche alla luce degli ultimi attacchi e dell’accordo annunciato con l’Iran.